GnosisRoundTable # 7

BEAT - Neon heat disease - Live in Los Angeles - (2025), 
 DEMO RUMUDO - Second nature - (2025), ECHOLYN - Time silent radio II -  (2025),
 ECHOLYN - Time silent radio VII -  (2025), Picchio dal Pozzo - Picchio dal Pozzo (1976),
Kansas  - Song for America (1975).

 GnosisRoundTable # 7
(breviario sugli ascolti votati)

 

BEAT - Neon heat disease - Live in Los Angeles - (2025)

GEPPO (8): Supergruppo si sarebbe detto una volta, vede i veterani Belew e Levin affiancati dai virtuosi Steve Vai e Danny Carey per celebrare dal vivo i King Crimson degli anni '80. Ogni perplessità sull’interpretazione della filosofia frippiana da parte di Vai viene spazzata via: l'intesa tra le chitarre è stupefacente, ricca di sonorità incredibili in una atmosfera meno algida, il drumming corposo di Carey garantisce un impatto potente ai brani della trilogia crimsoniana (Discipline, Beat, Three of a Perfect Pair). Valida questa operazione e le prossime date italiane si preannunciano quindi imperdibili.

MONTAG (8): Quando seppi di questo progetto e degli artisti coinvolti, indipendentemente dalla benedizione di Fripp, pensai che fosse una gran cosa.
E’ indiscutibile la qualità tecnica che traspare da questo live in Los Angeles, ma non mi aspettavo di meno a dire il vero. Quello che meraviglia è che oltre ad interpretare alla perfezione i classici degli anni ‘80 dei KC, viene incarnato splendidamente lo spirito dei KC di quegli anni. 
Detto questo, il voto è dovuto al fatto che l’operazione è chiaramente per portare sui palchi una creatura che sopiva sotto le ceneri, ma se i live sono imperdibili, il documento registrato è mera consolazione per chi, come me, si perderà il concerto in giro per l’Italia l’estate prossima.

PEPPE (8): Non sapevo bene cosa aspettarmi da questo progetto. Certo, l'idea di riproporre la musica dei King Crimson degli anni '80 era interessante ed il beneplacito di Fripp doveva essere un bel segno. Tutto stava a capire come si sarebbero comportati in questo contesto Steve Vai e Danny Carey. L'ascolto di questo live (abbinato magari alla visione del blu ray) fa svanire ogni dubbio, perché siamo di fronte ad un documento che testimonia un'unione di talenti che sul palco fa faville. Funziona tutto alla perfezione e i brani storici guadagnano nuova linfa senza perdere minimamente il loro spirito originale. Vai era forse quello più atteso e possiamo dire senza ombra di dubbio che trova equilibri perfetti: mostra la sua tecnica mostruosa, ma senza alcun tipo di esasperazione e non gioca mai ad imitare Fripp, mettendoci invece enorme personalità. Belew e Levin, manco a dirlo, sembra che non abbiano mai smesso di suonare questo repertorio. Se avete la possibilità di vederli nel tour estivo che toccherà l'Italia non esitate!


DEMO RUMUDO - Second nature - (2025)

GEPPO (6): Una formazione spagnola di relativamente recente costituzione che attinge a piene mani dalla fusion anni ‘80, richiamando il sound dei gruppi dell’epoca. Si apprezzano gli intrecci complessi tra i vari strumenti e i riff accattivanti, in alcuni passaggi  la band osa con maggiore personalità e affiorano sonorità contemporanee, tra cui un leggero richiamo al pianismo di Hiromi Uehara. I Demo Rumudo sono sicuramente bravi musicisti, ma non riescono a mitigare del tutto quel senso meccanico e stantio che andò a caratterizzare il genere fusion.

MONTAG (7): Disco tranquillo, semplice, fatto bene, che diventa interessante quando ci si ostina in certe ricorsività che possono ricordare certe cose dei King Crimson anni ‘80, ma che si perde quando si rientra in schemi classici del jazz rock. Insomma disco piacevole ma che non ti fa gridare al miracolo. Il voto per le amate ricorsività e certe aperture melodiche azzeccate. 

PEPPE (6,5): Gruppo spagnolo che si muove abilmente tra jazz-rock progressivo e fusion. Il disco, pur di gradevole ascolto, denota un certo manierismo, ma è sicuramente ben suonato, con agili incroci tra sax, chitarra elettrica e tastiere e riff riusciti. Manca quel quid per elevarsi ed emergere in maniera più netta.


ECHOLYN - Time silent radio II -  (2025)


GEPPO (5): Sono serviti dieci anni agli Echolyn per dare vita a questo 'parto gemellare' ed il trascorrere di così tanto tempo non è necessariamente un male. Questo capitolo, contrassegnato dal numero 'II' per via dei due lunghi brani contenuti, è sicuramente il migliore dei due. L’avvio strumentale è ammiccante, tra riferimenti più o meno familiari (fanno capolino UK, Tull e altri che potrete divertirvi a scovare); le trame strumentali donano un certo brio all'ascolto anche se gli arrangiamenti appesantiscono non poco; la monotona voce  tende a prevalere, deviando il tutto verso la forma canzone, per quanto dilatata e resa accattivante da cambi di tempo e di registro. Capisco perché la band sia stata esaltata in quegli anni '90: un paio di titoli di quel periodo possono anche bastare. 

MONTAG (6): Non conosco l’intera produzione del gruppo e mi aspettavo qualcosa alla As the world ritrovandomi due suite ben fatte, ma che ricordano più il post rock / ultimi Marillion che i Gentle Giant. Questo spiazzamento ha sicuramente penalizzato l’impressione di questo lavoro, che è ben prodotto e suonato. Purtroppo gli Echolyn non sono più il gruppo che mi ha entusiasmato in passato. 

PEPPE (8): Quando gli Echolyn si rimettono in moto è lecito avere aspettative alte. A 10 anni di distanza da I heard you listening ritornano con due album che analizziamo separatamente. Timesilentradio II contiene due suite che mostrano una band che si ripresenta in splendida forma. Il sound è quello ormai consolidato, tra brillanti costruzioni strumentali, riff portanti sanguigni, stacchi improvvisi e la solita cura alle melodie e armonie vocali. Le solite influenze, a partire da Yes e Gentle Giant (ma anche una spruzzatina di Beatles e Jethro Tull), restano tali e non diventano mai degli scimmiottamenti e a queste si aggiungono le loro evidenti “american roots”. Dicevamo di aspettative alte e qui il livello è davvero alto.


ECHOLYN - Time silent radio VII -  (2025)


GEPPO (4): Si intitola “VII”, proprio perché tale è il numero delle tracce contenute: un lavoro anche piacevole per chi predilige la forma canzone, ma imbarazzante per chi cerca un dignitoso rock progressivo sinfonico che valorizzi la parte strumentale. È un album davvero piatto, perso tra ovvietà stantie e impersonali, dove i musicisti si limitano a offrire supporto a un canto predominante e sostanzialmente noiosa. Il tempo di Soffocating the Bloom e As the worlds appartiene ad un ricordo passato.

MONTAG (5): Se in Time Silent Radio II c’è un punto di contatto (i miei amati Marillion) in questo spezzatino di canzoni più o meno riuscite la distanza dai miei gusti musicali diventa veramente enorme. Pur mantenendo la struttura e il riferimento post rock, le canzoni qui per me non funzionano. A tratti qualcosa di carino lo si trova, ma la voglia di rimetterlo e riascoltarlo veramente non arriva.  Direi che c’è tanta musica che ancora non conosco che merita il mio tempo, invece di trastullarmi con un disco che ad essere buoni raggiunge a stento la mediocrità.

PEPPE (7): Se il disco con le due suite si fa preferire, la classe degli Echolyn emerge pienamente anche in questo contenente brani di durata più contenuta. La maggiore immediatezza delle melodie è controbilanciata da arrangiamenti certosini e dialoghi strumentali al solito impeccabili. Si avverte comunque la voglia di mostrarsi più catchy e anche per questo, alla fine, un voto più basso rispetto a Timesilentradio II ci sta.



ACCORDI/DISACCORDI
(come la deviazione standard unisce o divide)
 

Picchio dal Pozzo - Picchio dal Pozzo (1976) - dev. standard = 0


GEPPO (9): Rimasi folgorato negli anni ’80 dal primo ascolto di questo disco, che si discostava brillantemente dal mainstream del rock progressivo, soprattutto italiano. Infatti, sfiorando il movimento R.I.O., il gruppo non poté che collocarsi ai margini della scena per essere seguito solo dagli ascoltatori più smaliziati. Suggestioni canterburiane, strutture dei brani non convenzionali, testi dalla vena umoristica e “nonsense”, un’avanguardia gentile intrisa di spiccata creatività. Tra i miei ascolti preferiti di sempre.

MONTAG (9): Semplicemente uno di quei classici che ti restano impressi e che riconosci come importante, dal primo ascolto. Questi dischi hanno “qualcosa”, un qualcosa di interessante e che reputi “geniale” senza che questo li allontani dalla sfera emotiva di chi ascolta. Molto spesso associato al R.I.O., le atmosfere canterburiane mi sembrano più evidenti ed è anche il motivo del mio amore per questo disco. Vabbé se lo conoscete, sapete, se non lo conoscete, rimediateeeee!

PEPPE (9): Non sono moltissimi gli esempi di gruppi italiani fortemente influenzati dalla scuola di Canterbury. Il disco di esordio del Picchio dal Pozzo è uno di quelli in cui questo punto di riferimento è netto e fortemente avvertibile in una serie di canzoni comunque piene di inventiva ed ironia. I primi Soft Machine vengono spinti nel Mediterraneo; il jazz-rock si sposta dalla Gran Bretagna al bandismo zappiano; oasi melodiche à la Wyatt si alternano con dissonanze vicine a certo R.I.O. Il tutto tra tempi composti e variabili e interscambi continui tra fiati, piano elettrico, tastiere e chitarre. Insomma, una via italiana verso Canterbury che funziona in tutto e per tutto.

 

Kansas  - Song for America (1975) - dev. standard 1,41

 

GEPPO (6):  I Kansas sono una band di cui ho fatto a meno da tempo immemore, perché la loro commistione tra rock sinfonico europeo ed uno stile “yankee” stridente come un paio di jeans stirati con la riga in mezzo non ha mai catturato la mia attenzione. Tra i loro primissimi album, Song for America rimane quello meno antipatico al mio orecchio, ed abbracciando successivamente in pieno l’AOR si guadagneranno la mia più totale indifferenza.

MONTAG (6): Questo disco, dal mio punto di vista, è testimonianza di come negli anni ‘70, il prog sinfonico sia divenuto anche solo mero strumento di arrangiamento più che di spinta compositiva. Il disco alterna canzoni brevi e dirette, più o meno riuscite, a brani più lunghi ed elaborati, dove il violino stempera e devia da atmosfere “yesseggianti”. E’ nella sezione ritmica, basso in primis, dove l’ispirazione a Squire e agli Yes è più chiara ed  evidente. Sebbene questi brani più lunghi siano piacevoli, resta di fondo il carattere della band, che senza offendere i sostenitori o gli artisti stessi, mantiene una propensione alle soluzioni che definirei  “sguaiate”,  tipiche di un rock che a me non piace e che emergerà definitivamente nell’AOR che la band abbraccerà negli anni ‘80. Il voto è dovuto al fatto che resta un disco da ascoltare mentre si guida o si fa ginnastica, ma, non ascoltando musica mentre guido e non facendo ginnastica,  onestamente non rimetterò più nel lettore. 

PEPPE (9): Dopo un esordio in cui mostravano già idee chiare, con il secondo album Song for America i Kansas definiscono ancora meglio le coordinate stilistiche su cui intendono muoversi. I tre brani più lunghi e strutturati (la title-track, Lamplight symphony e Incomudro) spingono verso un felice incontro tra il rock sinfonico ed epico da loro “americanizzato” e l’hard rock, con il violino che diventa un tratto distintivo del sound della band. I pezzi più brevi sono comunque di qualità, tra la frenesia e l’energia diretta di Down the road e The devil game e il blues prog di Lonely street. A mio parere il miglior disco dei Kansas.

 

Geppo - Montag - Peppe 
10 Febbraio 2026 

3 commenti:

  1. ECHOLYN - Time silent radio II
    Il formato a due suite lunghe è già una dichiarazione d’intenti: non è un disco “di canzoni”, è un disco di architetture sonore. Questo lo colloca più nel prog sinfonico maturo che nel prog revival nostalgico. La band non cerca il virtuosismo esibito, ma la continuità narrativa: temi che tornano, modulazioni graduali, sviluppo tematico più che frammentazione.
    Quando GEPPO afferma: “gli arrangiamenti appesantiscono non poco”, coglie un punto vero, è corretto. Gli Echolyn hanno sempre avuto una tendenza alla stratificazione armonica, e qui a volte diventa densità eccessiva. Ma questa non è confusione: è sovraccarico intenzionale, quasi “barocco prog”. È una scelta estetica, non un limite tecnico.
    PEPPE è preciso: Peppe è preciso: Yes, costruzioni armoniche e aperture melodiche; Gentle Giant, polifonie e incastri vocali; Beatles, senso melodico sottostante; Jetro Tull, certi fraseggi e approcci timbrici; ma non c’è mai imitazione diretta: è linguaggio assimilato, non citazione.
    MONTAG parla di post-rock / ultimi Marillion: questa lettura è interessante ma parziale. C’è un’estetica più emotiva e atmosferica, sì, ma la struttura resta troppo “prog formale” per essere davvero post-rock. Semmai è prog americano maturo, meno britannico, più narrativo.
    Infine GEPPO quando dice: “la monotona voce tende a prevalere” centra un altro punto vero. La voce degli Echolyn è funzionale, non protagonista. Non è drammatica, non è teatrale, non è carismatica in senso classico prog. Questo sposta l’asse verso la forma-canzone anche dentro le suite. È un limite per chi ama il prog “epico”, ma è anche parte della loro identità.
    Se dovessi votarlo: 7,5/10 tra Peppe e Montag, più vicino a Peppe, ma con la lucidità critica di Geppo.
    ECHOLYN - Time silent radio VII
    Qui, a differenza di Time Silent Radio II, la frattura critica è molto più netta. E infatti la risposta cambia:
    stavolta do più ragione a Geppo e Montag, non a Peppe.
    La scelta delle sette tracce brevi non è neutra: è una dichiarazione estetica.
    Qui gli Echolyn abbandonano la forma-prog come struttura portante e adottano la forma-canzone come linguaggio principale.
    Geppo coglie il punto chiave:“i musicisti si limitano a offrire supporto a un canto predominante”. Ed è vero. Qui la strumentazione non guida più la composizione: accompagna. Non costruisce mondi sonori, sostiene linee vocali. Questo è esattamente l’opposto della logica prog sinfonica.
    Peppe parla di “arrangiamenti certosini”. Sono puliti, sì. Curati, sì. Ma non sono strutturalmente generativi. C’è una differenza enorme tra “ben arrangiato” e “progressivo”.
    Qui gli Echolyn non stanno facendo prog moderno.
    Stanno facendo: art-rock melodico americano, prog-pop colto, song-oriented progressive. È musica elegante, suonata bene, prodotta bene, scritta con mestiere. Ma non è più “rock progressivo” in senso sostanziale. È musica progressiva solo per curriculum, non per struttura.
    Voto: 5,5 come prog, 6,5 come art-rock melodico. Non è brutto. Non è imbarazzante tecnicamente. Ma è identitariamente debole. Non costruisce mondi. Non lascia traccia. Non genera necessità di riascolto profondo.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Progman59, grazie per i tuoi interessanti spunti di riflessione :-)

      Elimina
    2. La tua ricca disamina alle opinioni espresse in questa RoundTable, generalmente sintetiche, ha trovato punti di contatto per quanto mi riguarda. Grazie del tuo intervento Progman59.

      Elimina