Rotters'RoundTable # 9

 

 Corima - Hunab ku - (2026), Paatos - Ligament -  (2025), Pavlov’s Dog - Wonderlust (2025),
 Egg - Egg (1970), Marillion - Fugazi (1984)
 
GnosisRoundTable # 9
(breviario sui nuovi ascolti inseriti nella sezione Gnosis)
Ognuno di noi sceglie e propone un album che verrà valutato in base al proprio metro di giudizio, con le relative motivazioni a giustificare il voto assegnato. Questo ci permette di ascoltare dischi distanti dalle nostre abitudini, arricchendo il confronto. Il tutto è accompagnato da un’immagine surreale e ironica, a volte volutamente dissacrante, che sottolinea lo spirito e il piacere di divertirsi insieme.

 Proposto da Geppo:  Corima - Hunab ku - (2026)


GEPPO (6): Con una bella faccia tosta continuano a imporre un impatto travolgente, un’energia al fulmicotone che si sopisce lievemente solo dopo i primi 'spettinanti' venti minuti di ascolto. La musica prosegue in continue variazioni, senza soluzione di continuità, tra sonorità Zeuhl che virano verso un R.I.O. di stampo belga. Mi concentro nel valutare quanto i riferimenti evidenti pesino sull’economia sonora del lavoro; la band, d’altronde, persegue un cammino ostico nel proporre un genere di nicchia, sforzandosi di tratteggiare un profilo identitario. Percepisco questa volontà e, soppesandola rispetto al 'già sentito', ne resto tutto sommato convinto. Vigore da vendere, eclettismo e una strutturazione complessa dei brani garantiranno sicuramente ulteriori ascolti futuri. Ma a piccole dosi. 

PEPPE (7): Gli statunitensi Corima hanno sempre dichiarato apertamente il loro amore verso i Magma. Un amore che li ha spinti a scegliere la direzione ben precisa della musica zeuhl per la loro proposta sonora. Nel 2026 si presentano con un nuovo disco dopo dieci anni di silenzio e puntano sul lato più potente di questo filone, attraverso sette brani legati l’un l’altro senza soluzione di continuità. Riff duri, ritmi pesanti e ossessivi, accelerazioni frenetiche, voce femminile intensa, qualche sporadica deviazione jazz-rock e quel violino a rendere un po’ più particolare il sound. Queste le caratteristiche principali di un lavoro decisamente valido, che ha tutte le carte in regola per farsi apprezzare da chi segue con piacere il genere, anche se i precedenti Quetzalcoatl e Amaterasu mi avevano convinto di più. 

PROGMAN59 (7,5): Con Hunab Ku i Corima tornano dopo molti anni con un lavoro che si colloca chiaramente nell’area Zeuhl, ma senza limitarsi al semplice omaggio alla scuola dei Magma. Il disco è costruito quasi come una lunga suite dove il motore resta la sezione ritmica: basso e batteria creano pattern ipnotici sui quali sax, violino e tastiere intrecciano linee ora scritte ora più libere. L’impressione è quella di un flusso continuo, molto compatto, più basato sull’energia collettiva che su singoli brani memorabili. Nei momenti migliori la band apre il suono verso territori jazz-fusion e suggestioni quasi rituali che rendono l’ascolto coinvolgente. Alla distanza, però, proprio questa coerenza stilistica rischia di rendere il tutto un po’ uniforme sul piano emotivo. Resta comunque un lavoro solido, intenso e suonato con grande sicurezza.

 Proposto da Peppe: Paatos - Ligament -  (2025)


GEPPO (5): Ho trovato sufficientemente interessante il loro primo lavoro, trasmettono perfettamente il senso di appartenenza a una terra dove le ore di luce sono scarse. Qui prettamente atmosferici, brumosamente pacati nel tessere immagini e sensazioni da colonna sonora, nei momenti più ritmati propongono una maggiore diversificazione strumentale, sfociando in accenni drum&bass e forme contemporanee riconducibili al math-rock/post-rock. Con una voce sospesa tra Björk e Kate Bush e un sound scuro ma mai pesante, la band percorre i labili e mutevoli confini di un prog-rock (?) contemporaneo. Il suono è compatto e uniforme, secondo il gusto attuale, ascolto, che risulta gradevole grazie ad arrangiamenti molto curati e non privi di un certo manierismo. Un’alternanza di brani, tra alti e bassi che lo pongono però un gradino sotto il disco di esordio.

PEPPE (7): Avendo da sempre apprezzato la direzione stilistica intrapresa con il secondo disco Kallocain, mi ha fatto piacere ritrovare i Paatos con questo ritorno sulle scene dopo tredici anni di silenzio. In Ligament ci sono dieci brani (alcuni molto ispirati, altri meno) che riprendono in pieno il discorso interrotto tempo fa. Tra pezzi dai ritmi compassati, altri più up-tempo, passaggi strumentali d’atmosfera, l’immancabile vena malinconica tipicamente nordica, il sound è avvolgente e brumoso e indirizzato anche in questa occasione verso un pop-prog che si avvicina al post-rock, a qualche eco di psichedelia e non mancano un paio di deliziosi tasselli di dream pop. Petronella riesce sempre a catturare con la sua vocalità espressiva e forse stavolta più che mai ricorda Bjork. Ci sono sempre incognite quando si torna dopo un lungo periodo di inattività, ma l’ascolto di Ligament dissipa ogni dubbio, anche se non vengono toccati i picchi che i Paatos hanno raggiunto nei loro momenti migliori. 

PROGMAN59 (7,5): Con Ligament i Paatos tornano con un lavoro elegante e molto atmosferico, lontano dal prog più classico e più vicino a un art rock venato di malinconia nordica. Il disco si muove su tempi generalmente lenti, costruendo paesaggi sonori raffinati dove pianoforte, tastiere e chitarre lavorano più di sfumature che di dinamiche. La voce di Petronella Nettermalm resta il centro emotivo dell’album: calda, intensa, capace di dare profondità anche ai passaggi più essenziali. L’ascolto è coerente e molto curato nei dettagli, anche se alla lunga la scelta di mantenere sempre un clima rarefatto può dare una certa sensazione di uniformità. Rimane comunque un lavoro maturo e suggestivo, più da assaporare che da analizzare.

Proposto da Progman59: Pavlov’s Dog - Wonderlust (2025)


GEPPO (4): Il mio penultimo ascolto di questo gruppo risale al loro primo disco del 1975; ricordo perfettamente la voce stridula e straniante di Surkamp nella title track Julia. Non ero più andato oltre con la loro discografia, ma oggi ascolto questo nuovo lavoro, testimonianza di un’attività ancora viva. Se il primo brano detta la linea, mi proietta subito nel un mood “non è la mia tazza di tè”. Motivetti semplici e accattivanti proseguono nel secondo brano: di questo passo sarà difficile arrivare alla fine del disco. Ben poca cosa l’A.O.R. scontato che si incontra avanzando ma il sound immediato di questa raccolta di canzoni, dal gusto tipicamente americano, non suscita interesse rispetto ai miei ascolti consueti.

PEPPE (6): Undici brani di dignitoso pop-prog-rock in questo nuovo album della storica band statunitense Pavlov’s dog. Wonderlust è un lavoro nel quale si avverte l’eredità dei due dischi realizzati nei seventies e molto cari agli amanti del progressive rock, ma emerge al contempo la voglia di essere molto più diretti, di prestare una certa attenzione alle melodie vocali e di suonare molto “americani”. L’ugola di Surkamp non è squillante come ai tempi d’oro, ma in più momenti continua ad essere molto caratteristica. La presenza del violino è un ulteriore elemento di continuità con il passato. Non manca qualche sprazzo di A.O.R., sempre a stelle e strisce. I cinquanta minuti del disco scorrono con fluidità, l’ascolto è gradevole e la sufficienza viene raggiunta con una certa facilità. Ma non si va molto oltre.

PROGMAN59 (7,5): Cinquant’anni dopo Pampered Menial, Wonderlust è un disco che i Pavlov’s Dog non provano nemmeno a usare per dimostrare qualcosa. Surkamp rinuncia a qualunque nostalgia vocale e costruisce un lavoro più raccolto, dove il violino di Abbie Steiling diventa spesso l’elemento emotivo centrale. L’album oscilla tra un rock adulto e venature prog che emergono soprattutto nella seconda metà (I Told You So, Canadian Rain), senza però inseguire strutture complesse a tutti i costi. Il risultato è un disco maturo, ben suonato, con momenti molto riusciti (Another Blood Moon, lo strumentale Calling Sigfried), ma anche qualche passaggio meno memorabile che ne attenua l’impatto complessivo. Più che un ritorno al prog classico della band, è un lavoro di consapevolezza e misura, che vive di atmosfera e sensibilità. Un ascolto solido, forse meno ambizioso del passato, ma sincero e dignitoso. 



ACCORDI/DISACCORDI 
(come la deviazione standard unisce o divide)  

Album datati tratti dalla pagina Rotters’Gnosis: una selezione di ascolti votati che abbiamo il piacere di condividere con un breve commento relativo alle nostre valutazioni.

Egg - Egg (1970) - dev. standard = 0


GEPPO (8):  Conoscevo già i The Nice, che fondevano in modo evidente il rock con la musica classica, ma quando successivamente scoprii gli Egg, anch’essi un trio di batteria/basso/tastiere, rimasi sbalordito. La loro proposta di fusione era più articolata, complessa da ascoltare e, proprio per questo, più affascinante. Tra le righe percepivo Bach, ma anche sonorità più 'ostiche' che avrei scoperto riferirsi a Stravinsky e Bartók. C’erano poi quei tempi dispari resi apparentemente semplici, tracce di sperimentazione sonora e una propensione a essere elettrici e un po’ psichedelici. Dave Stewart mi impressionò moltissimo, così come la sezione ritmica di Campbell e Brooks. È un disco che amo tuttora, sulla copertina avvertivano gli ignari con la frase: 'The music on this LP is not dancing music, but basically music for listening to'. Grandi Egg!

MONTAG (8): Mi sono avvicinato agli Egg spinto dal mio amore per i National Health, data la presenza di tastierista (Stewart)  e  bassista (Campbell) che avrebbero poi militato proprio in quella formazione. In questo esordio, i fraseggi delle tastiere e gli intrecci melodici sono veri classici del Canterbury sound: la perizia tecnica della band è indiscutibile, capace di rendere fluidi anche i tempi più complessi e garantendo un’accessibilità sorprendente anche per chi non è avvezzo al genere. Il mancato 10 è dovuto ad alcuni passaggi ancora acerbi e influenzati fin troppo  da Nice, come la riproposizione rock della Fuga in Re maggiore, o la stessa Symphony No. 2: un brano ambizioso che, oscillando tra echi emersoniani e soluzioni tipicamente canterburiane, finisce per soffrire di una certa frammentarietà e cali di tensione. Nonostante queste ingenuità, resta un’opera fondamentale per chiunque ami il prog in tutte le sue sfaccettature.

PEPPE (8): L’esordio degli Egg mostra subito le caratteristiche di una presenza forte nella scena canterburiana. Pur con qualche piccolo debito verso i primi Soft Machine e verso i Nice il trio impressiona abbinando doti tecniche e notevole feeling. L’organo di Dave Stewart si erge a protagonista ed evidenzia già le doti di un musicista che qualche anno dopo sfornerà capolavori assoluti con Hatfield and the North e National Health. La ripresa di temi classici viene proposta in questa occasione come era in voga quegli anni, ma nei successivi due lavori la band si spingerà oltre, mostrando una personalità ancora più spiccata, anche grazie ad un maggiore spirito di ricerca e fino a toccare punte di sperimentalismo non indifferente. Tutto, però, partiva da questo ottimo debutto.

  

 Marillion -  Fugazi (1984) - dev. standard 1,22


GEPPO (7): In quegli anni consideravo i Marillion come una sorta di reincarnazione dei Genesis di Peter Gabriel, seppur in una veste rinnovata. Accoglievo con piacere la loro proposta musicale, spinto dall’onda di un passato recente e indimenticabile. Fugazi è un disco violento, sia nelle tematiche dei testi che nella trasposizione strumentale dei brani; la batteria dal suono sintetico riesce ad essere “sopportabile” in un contesto sonoro che mantiene in discreto equilibrio l'animo più gentile del rock progressivo e l’irruenza delle sonorità non sempre gradite degli anni ‘80. Ho seguito il gruppo sempre con un certo distacco, non possiedo infatti alcun loro LP, pur riconoscendone il valore e l'interesse, almeno fino alla conclusione dell'era del cantante Fish.

MONTAG (10): Fugazi è l'apice dell'era Fish, il disco che smentisce chi riduce i Marillion a mera copia dei Genesis: qui la teatralità mitologica del prog anni '70 cede il passo a un realismo glaciale e urbano. La musica è una tensione continua, risolta da chitarre e tastiere chirurgiche che assecondano testi onirici e feroci. Siamo lontani dalle delicatezze classiche: i Genesis non avrebbero mai cantato Just another fuck come  in She Chameleon, né concepito l'incubo claustrofobico e orgiastico che le immagini in Incubus evocano. Fugazi, gergo militare per "tutto è fottuto", definisce un mondo compromesso dove Fish cerca invano poeti e visionari. Brani come Assassing, Jigsaw o Emerald Lies sono schegge indelebili: "Sta dritto, guardami negli occhi e dimmi addio". A differenza di Script e Misplaced Childhood, più ruffiani, Fugazi non cerca il consenso e non fa prigionieri: è un album cattivo, dinamico e assolutamente imprescindibile.

PEPPE (8,5): Ognuno dei quattro dischi dei Marillion della cosiddetta “era Fish” ha le sue peculiarità. Fugazi risulta decisamente quello con il sound più violento, che spinge oltre il romanticismo dell’esordio. La struttura di alcune composizioni denota idee decisamente ispirate, che colpiscono subito in positivo e restano ben fissate in mente. Ma la band fa anche attenzione a non perdere di vista l’aspetto melodico, soprattutto nelle parti cantate da un Fish in stato di grazia. I miei gusti mi spingono a preferire certe scelte che la band farà in futuro con Hogarth, ma indubbiamente Fugazi, insieme a Script for a jester’s tear, resta un punto di riferimento indiscutibile di quello che ancora oggi viene individuato come new-prog. 

Geppo - Montag - Peppe - Progman59
ventiquattro marzo duemilaventisei 

 


1 commento:

  1. Quello che mi ha colpito di più in questa prima Roundtable con il Rotters’ Club è stato il diverso modo di reagire agli stessi dischi, più ancora dei dischi in sé.
    Partendo dai Corima, mi sembra che ci sia una buona convergenza di fondo: tutti riconosciamo energia, struttura e coerenza stilistica. Dove iniziano a divergere le valutazioni è nel “peso” di questa compattezza. Il 6 di Geppo mette l’accento su una certa difficoltà di fruizione e sul rischio di saturazione (“a piccole dosi”), mentre il 7 di Peppe è più indulgente verso l’impatto e la fedeltà al genere. Io mi colloco leggermente sopra (7,5) perché tendo a premiare proprio quella continuità quasi ipnotica che loro invece, in parte, vivono come limite. In sostanza: stessi elementi, ma percepiti più come valore o come vincolo a seconda della sensibilità.
    Con i Paatos il discorso si fa ancora più interessante. Qui il divario è più netto: Geppo resta freddo (5), mentre io e Peppe siamo su valutazioni simili (7–7,5). Mi pare che la differenza stia tutta nel rapporto con l’atmosfera. Dove Geppo avverte manierismo e una certa uniformità penalizzante, noi invece leggiamo eleganza, coerenza e capacità evocativa. È un classico caso in cui un approccio più “ambientale” e meno dinamico o strutturato divide: o ci entri dentro, oppure ti resta addosso come qualcosa di un po’ distante.
    Infine i Pavlov’s Dog, dove le distanze sono ancora più evidenti. Il 4 di Geppo è piuttosto netto e nasce chiaramente da una distanza estetica forte (“non è la mia tazza di tè”), mentre Peppe si attesta su una sufficienza (6), riconoscendo mestiere e scorrevolezza. Io mi spingo più in alto (7,5), probabilmente perché non cerco in questo disco un ritorno al passato, ma lo leggo come un lavoro di maturità. Qui emerge bene un altro elemento interessante: quanto pesa l’aspettativa legata alla storia di una band. Se si entra nell’ascolto aspettandosi il “vecchio” prog, il disco può deludere; se lo si prende per quello che è oggi, cambia completamente la prospettiva.
    In definitiva, più che le differenze numeriche in sé, trovo stimolante vedere come cambiano i criteri di valutazione: c’è chi privilegia l’impatto, chi la scrittura, chi l’atmosfera, chi l’aderenza a un’estetica di riferimento. Ed è proprio questo scarto tra approcci che rende il confronto vivo e utile, anche per rimettere in discussione il proprio modo di ascoltare.

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