Rotters’GnosisRoundTable # 14

 

Ensemble Nimbus - Fake News! (2026)  / Yes - Aurora (2026)
Ian Neal - This Gemlike Flame (2026) /  Papangu - Celestial  (2026)
Matching Mole - Maching Mole (1972)
P. F. M. - Stati di immaginazione (2006) 
Rotters’GnosisRoundTable # 14
(breviario sui nuovi ascolti inseriti nella sezione Gnosis)

Ognuno di noi sceglie e propone un album che verrà valutato in base al proprio metro di giudizio, con le relative motivazioni a giustificare il voto assegnato. Questo ci permette di ascoltare dischi distanti dalle nostre abitudini, arricchendo il confronto. Il tutto è accompagnato da un’immagine surreale e ironica, a volte volutamente dissacrante, che sottolinea lo spirito e il piacere di divertirsi insieme.

Legenda: Geppo 0–4 (evitabile) • 5 (neutro/passabile) • 6–10 (consigliato)
Altri: 1-5 (negativo) • 6-10 (positivo)


Proposto da Geppo: Ensemble Nimbus - Fake News! (2026)

per ascoltare qui: Ensemble Nimbus


GEPPO: I punti di forza sono l’attinenza con il R.I.O. di stampo belga (Univers Zero) e svedese (Samla Mammas Manna), oltre all'uso dei legni e del violino, che ne caratterizzano fortemente il suono. Tre ottimi dischi realizzati tra il 1994 e il 2000: pochi ma buon! Erano tra gli ascolti più graditi già all’epoca, grazie alla capacità di esprimere una personalità ben definita in un ambito musicale così particolare. Li ritrovo perfettamente in forma con questa "nuova" uscita di… vecchi brani! Già, si tratta di una falsa novità, poiché le tracce risalgono al quinquennio 2000-2005. Questo lascia pensare che la band, dopo oltre vent'anni di inattività discografica, non abbia più nulla da dire, ed è un gran peccato. Tuttavia, se questo dovesse rappresentare il loro ultimo lascito, si tratta davvero di una testimonianza di gran classe. Chris Cutler ospite in due brani. (8)

PEPPE: Chi ha seguito in passato gli Ensemble Nimbus sa bene che si tratta di un gruppo un po’ “pazzarello”, che si è mosso sul filone discendente dal R.I.O. storico, che ha fatto dell’ironia una delle sue armi vincenti e che in pochi dischi si è fatto sicuramente apprezzare dagli amanti del genere. Recentemente sono state recuperate delle registrazioni risalenti agli anni tra il 2000 e il 2005 e sono state pubblicate con il titolo di Fake news! Ritroviamo gli Ensemble Nimbus che ricordavamo, imprevedibili, folli, avanguardisti, tecnici e chi più ne ha più ne metta. Le strutture articolate e geometriche dei brani recuperano certo rigore del R.I.O. degli Univers Zero, ma senza il loro forte alone dark; i cambiamenti improvvisi e una certa vena umoristica fanno pensare ai conterranei Samla Mammas Manna, a Zappa, o a certi episodi canterburiani. Un piacere davvero incontrare nuovamente questa sigla ed un piacere davvero ascoltare questa musica rimasta inedita fino a poco tempo fa. (7,5)

PROGMAN59: Fake News! degli Ensemble Nimbus è uno di quei recuperi d'archivio che finiscono per sembrare meno datati di tanta musica concepita appositamente per il presente. Registrato tra il 2000 e il 2005, il disco muove da un'idea di progressive assai libera, dove jazz, Canterbury, improvvisazione, psichedelia ed elettronica convivono senza gerarchie. Clarinetti, chitarre, tastiere, percussioni e loop si incrociano continuamente, creando un suono mobile e imprevedibile, più interessato alla ricerca che alla forma compiuta. La presenza di Tomas Bodin e Chris Cutler aggiunge ulteriori possibilità a un impianto già aperto alla contaminazione. Non tutto ha la stessa forza e qualche passaggio sembra più esplorativo che realmente risolto, ma è proprio questa irregolarità a renderlo credibile: non un disco che pretende di avere tutte le risposte, ma la registrazione di musicisti che si pongono le domande giuste. Un ascolto obliquo, intelligente e sorprendentemente vivo. (8,5)

ACHILLE: Degli Ensemble Nimbus avevamo perso le tracce, per cui registriamo con piacere il loro ritorno sulle scene con questa nuova produzione che recupera materiale registrato tra il 2002 e il 2005 trasformandolo in un lavoro vivo, sorprendentemente attuale. Il trio svedese continua a muoversi lungo le coordinate di un progressive rock obliquo, attraversato da, jazz, Canterbury e suggestioni RIO/avant-prog, con clarinetti, percussioni, tastiere e chitarre a costruire trame dense, ma sempre avvincenti. Brani come The Lake, In Circles e During the Night alternano passaggi cerebrali a momenti più fluidi, mentre Seven Signs condensa l’anima più avventurosa del disco. Come avrete intuito, non è un album immediato e qualche passaggio può apparire lievemente forzato, ma la qualità dell’arrangiamento tiene sempre alta l’attenzione. Fake News! conferma così gli Ensemble Nimbus come una formazione laterale ma preziosa, capace di un progressive tecnico, sghembo e tutt’altro che prevedibile. (7,5)


Proposto da Peppe: Yes - Aurora (2026)

per ascoltare qui: Yes - Aurora


GEPPO: Questo è uno di quei gruppi storici che ritengo abbiano già dato il meglio in passato e che non seguo più da tempo. Della vecchia guardia sono rimasti solo Howe e Downes, per cui molto è cambiato... affinché nulla cambi davvero. I nuovi membri si limitano a sostituire i predecessori senza portare nulla di nuovo; in particolare Davison, che scimmiotta Anderson come può. Il sound caratteristico di un tempo viene così preservato, per quanto l'operazione si presti a critiche. Vale la pena ascoltare un album del genere con una formazione tanto stravolta, se non per mero completismo? C'è davvero motivo di riaccendere l'interesse per il sound dei Yes? Hanno scelto la strada rassicurante di una certa continuità, finendo per farsi il verso. Può essere gradito, ma anche no. L'ho ascoltato con un timido piacere, con Aurora e Countermovement un gradino sopra il resto, ma dubito fortemente che gli concederò altri ascolti. (6)

PEPPE: La traccia d’apertura, che dà il titolo all’album, fa quasi illudere… Belle melodie, belle armonie, ottima struttura, la tecnica (di Howe) che si abbina alla perfezione al feeling come nei tempi migliori, le orchestrazioni equilibrate e non pesanti... Resterà, invece, l’episodio migliore di un lavoro comunque dignitoso, con qualche picco brillante (oltre la citata Aurora, la mini-suite Countermovement, Outside the box), senza vere cadute di tono, ma con alcuni brani che, pur mostrando mestiere, non sembrano troppo ispirati. Ascolto gradevole, copertina meravigliosa di un Dean che non invecchia mai. (7)

PROGMAN59: Questo disco mi ha avvolto con una freschezza inaspettata, guidandomi in un viaggio dove i vecchi leoni del prog dialogano alla pari con la maestosa Czech National Symphony Orchestra diretta da Vladimir Martinka. Sulla title track ho sobbalzato sulla sedia cullato da una pura sinestesia di archi e tastiere, per poi ritrovarmi a battere il tempo sulla sferzata rock di Turnaround Situation. La voce di Davison su Love Lies Dreaming mi ha restituito quella meraviglia celestiale che cercavo, prima che i quattordici minuti epici di Countermovement mi travolgesse con un groove e un testo contro le macchine da pelle d'oca. Dalle atmosfere barocche di Ariadne al minimalismo acustico di All Hands on Deck, ho respirato un'opera onesta, coesa e goduriosa. Gli Yes non replicano il passato: si evolvono, regalandomi un'alba radiosa che stringo al cuore. (7,5)

ACHILLE: Con Aurora (24° album in studio), gli Yes tornano con la formazione Steve Howe, Geoff Downes, Jon Davison, Billy Sherwood e Jay Schellen, ormai stabilizzata dopo The Quest e Mirror to the Sky. Al netto dei proclami che alludono ad una nuova fase creativa, il risultato conferma l’impressione di un marchio che gira attorno alla propria mitologia. La title track (forse il pezzo migliore), Countermovement e Ariadne ripropongono stancamente i soliti ingredienti (inclusa la classica copertina di Roger Dean), ma raramente trasformano il mestiere in sincera necessità espressiva. Rispetto a Mirror to the Sky, che almeno azzardava qualche soluzione interessante, qui tutto suona tremendamente scontato. L’eleganza non manca, così come non mancano passaggi ben confezionati, ma l’impressione generale è quella di un gruppo che ricalca i propri stilemi fino a svuotarli di necessità. Il problema non è che gli Yes non siano più quelli degli anni Settanta: è che continuano a comportarsi come se bastasse imitarne la postura. Paradossalmente il sound attuale del gruppo, più che al marchio storico, sembra rifarsi agli spin-off (avete presente i progetti collaterali tipo Circa?), ma questo non deve sorprendere, visto che parliamo sostanzialmente di una cover band. In sintesi: Aurora suona come il riflesso ben lucidato di un passato glorioso, più che come un nuovo capitolo di una storia ancora degna di essere raccontata. (5)


Proposto da  Progman59:  Ian Neal - This Gemlike Flame (2026)

per ascoltare qui: Ian Neal - This Gemlike Flame


GEPPO: I Genesis dell'era Phil Collins lasciarono molti fan a bocca asciutta con la loro brusca virata pop. A creare nuove aspettative emersero i Marillion, mentre Steve Hackett ha continuato a riproporre generosamente il vecchio repertorio. Giustamente i Genesis di Peter Gabriel restano dei capiscuola, fonte d'ispirazione per generazioni di musicisti. Tra i loro emuli rientra a pieno titolo Ian Neal, polistrumentista talentuoso che in questo suo nuovo disco, il primo che ascolto, si avvale solo di un batterista e di una corista. I suoni sono esattamente quelli che ci si aspetta: vintage, magniloquenti e tipicamente genesisiani. Un lavoro patinato e impeccabile, frutto di grande perizia ma anche un po' solipsistico, da one-man band chiuso in studio per appagare desideri nostalgici. Ci riesce benissimo: l'album si fa ascoltare volentieri, ma si rivolge chiaramente a chi non è ancora saturo di questo genere. (6)

PEPPE: Fin dalle note di apertura di questo disco veniamo immersi in sonorità con il marchio Genesis fortemente impresso. I timbri utilizzati, le atmosfere, gli slanci della chitarra elettrica, gli intrecci delle acustiche che rimandano all’affiatamento tra Phillips e Rutherford… Tutto porta lì, agli anni prog della celebre band. Forse non vengono ripetute a dovere certe dinamiche dal pianissimo al fortissimo, che avrebbero contribuito ad accentuare molto la tensione drammatica, ma indubbiamente The gemlike flame scorre bene anche con i suoi crescendo più graduali ed è una delle tante dimostrazioni di come i Genesis rappresentino tutt’oggi un punto di riferimento per chi si cimenta nel genere. E tra la miriade di artisti da essi influenzati, Ian Neal rappresenta sicuramente uno di quelli che merita di essere seguito con una certa attenzione. (7)

PROGMAN59: Mettere nel lettore This Gemlike Flame significa spalancare le porte a un autentico paradiso analogico: un'esperienza d'ascolto che un appassionato di sonorità sinfoniche saprà decifrare e apprezzare fin dal primo accordo. Fin dai primi minuti della suite d'apertura How Dreams Do Creep, si viene avvolti da una tessitura sonora complessa, dove cascate di Mellotron e laceranti assoli di sintetizzatori ARP 2600 e Minimoog dialogano con una sezione ritmica finalmente energica e dinamica. La vera meraviglia risiede nella capacità di Neal di far convivere il calore acustico e pastorale di Cretan Angel con le vertigini tecniche degli undici minuti di Leonardo, un brano monumentale che trova il suo climax nello sghembo e ipnotico tempo dispari di Misterioso in 11/8. Non è la solita operazione nostalgia priva di idee, ma un'opera strutturata e fiera, dotata di una produzione meticolosa che restituisce dignità alle grandi architetture del prog. Se avete nostalgia delle trame sonore più colte, sfarzose e stratificate degli anni '70, questo è un lavoro che merita un posto d'onore nella vostra collezione. (8)

ACHILLE: Polistrumentista inglese originario del Derbyshire e attivo nell’area di Sheffield, Ian Neal si è formato sulle tastiere e sull’organo Hammond, coltivando fin da giovane una passione per Genesis, armonia classica e scrittura orchestrale. Con This Gemlike Flame firma un lavoro di prog sinfonico elegante e stratificato, pubblicato nel 2026 dopo il convincente Barkston Ash. Nel disco – che gode di una produzione eccellente – si respira l’aria del progressive britannico anni Settanta (si percepiscono echi del Mike Oldfield più ispirato, ma anche del Phillips di Slow Dance), anche se, fortunatamente, Neal evita il semplice esercizio nostalgico grazie a una scrittura curata e non derivativa. Le suite How Dreams Do Creep, Cretan Angel e Leonardo sono i momenti più ambiziosi, tra mellotron, tastiere avvolgenti e atmosfere pastorali. L’ascolto richiede attenzione, ma ripaga con un suono caldo, arioso e ricco di dettagli. Lo definirei un album “colto e appassionato”, consigliato a chi cerca un prog classico nella forma, ma ancora vivo nello spirito. (7,5)


Proposto da Achille: Papangu - Celestial  (2026)

per ascoltare qui: Papangu - Celestial


GEPPO: Un'occasione per estrarre dall'attuale e sovrabbondante mare magnum del rock progressivo un'altra band relativamente nuova e sconosciuta. Brasiliani, un esordio datato 2021 di metal-prog-zeuhl(?) con un irritante cantato, un secondo disco che modifica (in meglio) le coordinate verso un Avant-Prog, tralasciando una certa irruenza "ferrosa" e dove si nota la presenza di Bussonnet per due soli di basso. La rotta è quindi cambiata: quella tracciata mi appare intrigante nelle innumerevoli angolazioni, numerosi riferimenti e stilemi che vengono fatti convergere in questo lavoro. Suoni vintage, articolazione, un cantato in lingua madre non fastidioso (growl a parte); eccletismo nell'impastare un pane con ingredienti conosciuti ma sfornato è croccante, profumato, dal sapore tutto sommato equilibrato. Trovo il risultato solo a tratti pesante (doppia cassa e mugulii gutturali),  ma sostanzialmente è sbarazzino, solare e anche divertente. (7)

PEPPE: E’ un universo sonoro multicolore e accattivante quello dei Papangu nel nuovo disco Celestial. Si sente che sono brasiliani e non solo per le parti cantate in madrelingua. Viene infatti proposto un sound ricco, con una base avant-prog non estrema e che si muove tra jazz rock, zeuhl, cenni canterburiani, elementi crimsoniani, tradizione della terra d’origine della band e varie altre sfaccettature. L’ascolto è godibilissimo fin dalle prime battute, anche grazie ai timbri caldi scelti, soprattutto quelli delle tastiere che dialogano di continuo con i fiati, su ritmi agilissimi e pronti a variare. Avvincente e prevalentemente solare, l’album scorre via liscio fin dalle prime battute, forse con un leggero calo nel finale. Non li conoscevo, è stata una piacevole scoperta. (7)

PROGMAN59: Con Celestial i Papangu mostrano un modo di intendere il progressive che mi convince particolarmente: non come ricostruzione filologica di un linguaggio, ma come spazio aperto in cui far convivere forme e culture diverse. Zeuhl, metal, jazz, psichedelia e musica popolare brasiliana entrano nel disco senza sembrare elementi assemblati a tavolino: diventano una materia unica, pulsante, spesso imprevedibile. La complessità non soffoca mai il groove, anzi lo alimenta, e le composizioni riescono a cambiare direzione senza perdere il filo. Chitarre abrasive, tastiere allucinate e percussioni dal forte carattere ritmico costruiscono un suono fisico, istintivo, profondamente brasiliano. È progressive che non ha bisogno di dimostrare quanto sia complesso: preferisce farlo accadere, lasciando che siano gli incastri, le dinamiche e gli scarti a parlare. Un disco ricco, personale e soprattutto contemporaneo. (8,5)

ACHILLE: Nati nel 2012 a João Pessoa, nel nord-est del Brasile, i Papangu sono tra le realtà più curiose del prog contemporaneo, capaci di fondere zeuhl, jazz-rock, psichedelia e memoria musicale brasiliana in una lingua molto personale. Con Celestial, terzo album dopo Holoceno e Lampião Rei, la band compie una deviazione significativa: se il debutto insisteva su un impasto più duro e il secondo disco recuperava in modo più esplicito il folk-prog legato all’immaginario “nordestino”, qui prevale una dimensione più ariosa e psichedelica. Le influenze brasiliane restano evidenti: affiorano nella ritmica, nel calore delle timbriche, in certe inflessioni melodiche e in una sensualità percussiva che ammorbidisce le asperità zeuhl senza snaturarle. Brani come Colosso, Taxidermia e Fechamento de Corpo alternano dissonanze controllate, tastiere vintage e aperture alla Yes/Camel, ma il filtro tropicale impedisce al disco di suonare derivativo. Nel complesso Celestial è meno aggressivo dei predecessori, ma più maturo e luminoso. (8)


ACCORDI/DISACCORDI

(come la deviazione standard unisce o divide)

Album datati tratti dalla pagina Rotters’Gnosis: una selezione di ascolti votati che abbiamo il piacere di condividere con un breve commento relativo alle nostre valutazioni.


Matching Mole - Maching Mole (1972) - dev. standard = 0

per ascoltare qui: Matching Mole



GEPPO: Questo è tra i primi dischi entrati nella mia collezione, preso in un periodo in cui ero entrato in fissa con la cosiddetta "Scuola di Canterbury", un movimento tanto disarmante nella sua eterogeneità e di cui Robert Wyatt è stato assoluto protagonista. Lasciati alle spalle i tempi in cui, alla fine degli anni '60, casa sua era il punto d'incontro di musicisti geniali che avrebbero dato poi vita alle diverse incarnazioni del "Canterbury Sound", le forti personalità finiscono per rompere gli equilibri nei Soft Machine. Ormai cacciato, Wyatt si inventa così i Matching Mole, si adottano le talpe come elemento grafico ricorrente e si circonda di musicisti eccezionali come Phil Miller, David Sinclair e Bill MacCormick. La musica riprende certe atmosfere dei primi Soft Machine, miscelandole con la voglia di sperimentare contaminazioni jazz in composizioni strumentali oblique, la dolcezza del canto sorretta dalla voce inconfondibile di Robert e una buona dose di ricerca sonora. Un disco stupendo nella sua ricca variabilità, vivace e trascinante ancora oggi: un must! (9)

PEPPE: Nel variopinto microuniverso canterburiano, un capitolo fondamentale è stato scritto dai Matching Mole. Finita l’esperienza con i Soft Machine, Robert Wyatt fonda questo nuovo gruppo giocando col nome (Soft Machine - Machine Molle in francese - Matching Mole) e coinvolge David Sinclair, Phil Miller e Bill Mac Cormick. Il disco di esordio si apre con la dolcissima e meravigliosa O Caroline, ma i brani successivi giocano su sperimentazioni strumentali e vocali, si avvicinano al jazz d’avanguardia inglese, preannunciano soluzioni adottate negli anni successivi dal Wyatt solista, coinvolgono con cavalcate travolgenti. Il tutto con quelle sonorità oniriche/ironiche/calde/spumeggianti che sono caratteristica importante della scuola di Canterbury. Il successivo Little red record, pur con spunti interessanti, non sarà del tutto all’altezza di un esordio che ancora oggi fa sognare gli appassionati di questa scena. (9)

PROGMAN59: Ci sono dischi che sembrano nascere per smentire ogni aspettativa, e l'esordio dei Matching Mole è uno di questi. Robert Wyatt archivia il capitolo Soft Machine senza rinnegare il passato: lo smonta, lo ricompone e gli restituisce un'anima più fragile, ironica e profondamente umana. Le tastiere liquide, i ritmi obliqui e una scrittura che sfugge deliberatamente alla forma canzone costruiscono un paesaggio sospeso tra jazz, psichedelia e avanguardia. Nulla è esibito, tutto sembra accadere con una naturalezza quasi disarmante. È un disco che rifiuta il virtuosismo come fine e trasforma l'imprevedibilità in linguaggio. A distanza di oltre cinquant'anni conserva una freschezza sorprendente, perché non insegue il futuro: lo immagina. (9)

ACHILLE: Uscito tra la fine del 1971 e l’inizio del 1972, dopo l’uscita di Robert Wyatt dai Soft Machine, Matching Mole è un disco enorme ma tutt’altro che perfetto. La band (Wyatt con Phil Miller, David Sinclair e Bill MacCormick, più Dave MacRae al piano elettrico) sembra più un laboratorio aperto che un gruppo strutturato. “O’ Caroline” resta una meraviglia fragile, quasi pop nella sua sobrietà melodica; altrove il materiale si sfilaccia in episodi jazz-rock, improvvisazioni nervose e umori canterburiani irregolari. Alcuni brani hanno il fascino dell’abbozzo: idee geniali, sì, ma non sempre sviluppate fino in fondo. Eppure proprio in questa precarietà risiede la grandezza del disco. Wyatt riporta voce, poesia e vulnerabilità emotiva dentro un contesto prog che rischiava di diventare troppo cerebrale; il mellotron, l’hammond, la chitarra di Miller creano un suono instabile, sghembo, ma sempre riconoscibile. Più che un “figlio minore” dei Soft Machine, Matching Mole è una delle espressioni più emotivamente intense dell’intera scena di Canterbury. Affrancandosi dal rock-jazz monumentale di Third, Wyatt qui sceglie una via tutta sua: più fragile, più instabile, ma anche più numana e a suo modo irripetibile. (9)


  P. F. M. - Stati di immaginazione (2006) - dev. standard 1,17

per ascoltare qui: P.F.M. - Stati di immaginazione


GEPPO: La recente ristampa in formato LP  offre l’occasione per ripescare un disco che ho molto apprezzato  come amante della vecchia P.F.M. Manca Premoli in formazione e le composizioni portano in evidenza la chitarra di Mussida ed è tutto strumentale. Conservo un buon ricordo del concerto del tour promozionale in un piccolo teatro napoletano, raccolto e dalla buona acustica, location indispensabile in quanto insieme alla musica scorreva un bel video con immagini evocative. E’ un bel disco, quello che riascolto più volentieri tra quelli usciti dopo il 1980. (8) 

PEPPE: Un disco interamente strumentale negli anni 2000, specie per un nome forte, non può che rappresentare un atto di coraggio. Ma la PFM ha costruito una carriera nei seventies incentrata proprio sulle abilità dei musicisti. E Stati di immaginazione è un disco stupendo che porta le esperienze del passato al presente, con una serie di brani di puro prog che alterna romanticismo, raffinatezze, sfuriate elettriche, pregevoli passaggi acustici, il tutto attraverso dinamiche create con maestria. Importante anche il fatto che in questo progetto ad ogni composizione è abbinato un video che è possibile visionare grazie al DVD allegato al cd. La terra dell’acqua, Il sogno di Leonardo e Cyber Alpha non hanno nulla da invidiare alla produzione più nota del gruppo, ma in questi tre quarti d’ora non ci sono punti deboli. A mio parere spicca un Mussida in stato di grazia. E penso sia impossibile non considerare quest’album il migliore della PFM dai tempi di Jet lag. (9)

PROGMAN59: Con Stati di immaginazione, la P.F.M. compie un gesto raro: invece di inseguire la nostalgia, sceglie di dialogare con il proprio passato trasformandolo in materia viva. Le melodie che hanno segnato la storia del progressive italiano vengono reinventate in chiave prevalentemente strumentale, con arrangiamenti eleganti, cinematografici e mai autoreferenziali. Ogni nota respira, lasciando che siano timbri, dinamiche e silenzi a raccontare ciò che un tempo affidavano alle parole. Non è un'operazione celebrativa, ma un atto di maturità artistica, in cui la tecnica rimane sempre al servizio dell'emozione. È il disco di una band che non ha più nulla da dimostrare e proprio per questo può permettersi di sottrarre, cesellare e riscrivere sé stessa. Il mio voto è 10 perché rappresenta la dimostrazione che il progressive può invecchiare con grazia, senza perdere un grammo della propria forza evocativa. (10)

ACHILLE: Non ho difficoltà ad ammettere che Stati di immaginazione è uno dei lavori più riusciti della PFM del nuovo millennio. Si tratta di un album interamente strumentale, nato come progetto multimediale in dialogo con otto cortometraggi. L’idea è semplice ma efficace: otto “storie” senza parole, affidate a chitarra, basso, batteria, violino, tastiere. “La terra dell’acqua” ha un respiro sinfonico e una tensione cinematografica, mentre “Il sogno di Leonardo” mostra il lato più lirico del gruppo. “Cyber Alpha” irrigidisce il passo con chitarre taglienti quasi metal; “Agua Azul” lavora su timbri liquidi e intrecci tra basso, tastiere e violino. È un prog moderno, elegante, ben suonato, anche se forse un po’ troppo di maniera, senza quei guizzi creativi che connotavano le opere maggiori, ma capace di ricordare perché la PFM resta una macchina strumentale di prim’ordine. Un buon disco, non imprescindibile, ma solido e pieno di classe. (7,5)

Geppo - Peppe - Progman59 - Achille
quattro settembre duemilaventisei

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