Harmonium - Si on avait besoin d'une cinquieme saison (1975)
(breviario sui nuovi ascolti inseriti nella sezione Gnosis)
Ognuno di noi sceglie e propone un album che verrà valutato in base al proprio metro di giudizio, con le relative motivazioni a giustificare il voto assegnato. Questo ci permette di ascoltare dischi distanti dalle nostre abitudini, arricchendo il confronto. Il tutto è accompagnato da un’immagine surreale e ironica, a volte volutamente dissacrante, che sottolinea lo spirito e il piacere di divertirsi insieme.
Legenda: Geppo 0–4 (evitabile) • 5 (neutro/passabile) • 6–10 (consigliato)
Altri: 1-5 (negativo) • 6-10 (positivo)
Proposto da Geppo: Simon Steensland - Explosion of a bad music (2026)
GEPPO (6): Simon è un polistrumentista che solo in una singola occasione ha ostentato l'approccio del “faccio tutto io”, preferendo di solito avvalersi di un folto stuolo di collaboratori, anche piuttosto noti nell’ambito Jazz e R.I.O. Se il titolo ha un tono assertivo, la tracklist, composta da due soli lunghi pezzi intitolati Not Dragon e Dragon, lascia piuttosto spiazzati in quanto a chiarezza. Visto il fior fiore di collaboratori metto da parte la mia proverbiale ritrosia per gli “one-man show”, al primo ascolto rimango inizialmente sospeso, lasciandomi trasportare dalle mille variazioni di questo “folle collage”. I tantissimi strumenti utilizzati, uniti ai cori, fanno apparire l'insieme piuttosto frammentato e privo di un vero filo conduttore. Eppure, nonostante gli sforzi per trovare il bandolo della matassa, la musica riesce a fluire: tra palesi rimandi a Present e Univers Zero in primis, scorre tesa e senza annoiare. Richiama altri ascolti e questo non è male.
PEPPE (8): Mai banale Simon Steensland, che in questo suo nuovo album sta un po’ dietro le quinte, nel senso che propone due lunghissimi brani da lui composti (per un totale di quasi cinquantaquattro minuti), ma eseguiti da un buon numero di altri musicisti e cantanti. Come al solito, non punta sul facile ascolto, ma spinge verso soluzioni complesse e sperimentazione, con la sezione ritmica (che vede il bravissimo Morgan Agren alla batteria) che sa tanto di R.I.O. belga con rimandi a Present e Univers Zero, poi ci sono dissonanze, intrecci intriganti tra strumenti acustici ed elettrici, vocalizzi più orientati verso lo zeuhl e non mancano momenti in cui i riferimenti sono a certa avanguardia del Novecento, vedi Penderecki e Ligeti. Un altro tassello di valore in una discografia che si assestava già su livelli molto elevati.
PROGMAN59 (8): Steensland non fa nulla per rendere facile l'ascolto, ed è proprio questa la sua forza. Explosion of a Bad Music è un album che rifiuta la forma-canzone e si sviluppa attraverso due lunghe composizioni dove jazz, rock da camera e avanguardia si intrecciano senza punti di riferimento rassicuranti. Il contributo di Morgan Ågren è decisivo: la sua batteria non accompagna, ma alimenta continuamente il movimento della musica. Voci, fiati e archi entrano in scena con naturalezza, creando un clima a tratti ironico, a tratti inquietante. Non tutto arriva subito e qualche passaggio può apparire volutamente ostico, ma dietro l'apparente caos c'è una scrittura lucidissima e ricca di particolari. È uno di quei dischi che chiedono tempo e attenzione, ricambiando l'ascoltatore con nuove scoperte a ogni ritorno.
ACHILLE (7,5): Explosion of Bad Music è Simon Steensland al massimo della sua follia controllata: due suite, Not Dragon e Dragon, per quasi 54 minuti di avant-prog cupo, teatrale e densissimo. Rispetto al precedente Let’s Go to Hell, che già riduceva la forma a tre brani lunghi e compatti, qui l’idea viene portata all’estremo: solo due blocchi enormi, più continui, meno frammentari, connotati da un respiro quasi sinfonico. Se Let’s Go to Hell colpiva per sarcasmo, asperità e teatralità grottesca, questo nuovo disco suona ancora più scuro e monumentale: fiati, archi, voci e percussioni danno corpo a un universo sospeso tra Univers Zero, Magma e Art Zoyd. Il pregio maggiore a mio avviso è la scrittura: può sembrare apparentemente caotica, invece ogni soluzione è studiata. Il limite è sempre lo stesso: si tratta di musica decisamente poco ospitale e talvolta un po’ troppo monolitica nella sua essenza. Rispetto al predecessore, poi, questo lavoro concede ancora meno appigli melodici e pretende attenzione totale. Però, se si accetta il viaggio, è uno dei lavori più ambiziosi del musicista svedese: non “cattiva musica” insomma, ma musica cattivissima nel senso migliore del termine.
Proposto da Peppe: Magenta - Tarot (2026)
GEPPO (5): Il passaggio da Trippa a Magenta rimane una scelta non troppo felice: un nome decisamente molto comune, facile da confondere con una miriade di band omonime. Figli degli anni 2000, non sono mai entrati nella mia discoteca personale, motivo per cui mi approccio all’ascolto con una certa curiosità. Questo "studio dei tarocchi" si sviluppa attraverso alcune figure scelte come titoli dei brani, dove le musiche accompagnano il canto brioso della Booth nel più classico dei format new-prog. Archi campionati, arie popolari evocate da oboe, flauto e chitarra classica contribuiscono a smussare una patina sonora che si dipana tra riff inevitabilmente ricorrenti nella memoria del “già sentito”. Tutto è curato fin nei minimi dettagli; il lavoro è certosino e mette al centro la voce femminile. Cos’altro si può costruire di nuovo? Meglio consolidare, e qui lo fanno, rassicurando senz'altro chi non si stanca mai della solita minestra.
PEPPE (7,5): Negli ultimi dischi in studio e anche negli spettacoli dal vivo i Magenta avevano mostrato la tendenza verso un indurimento del sound, seppur non estremo. Con Tarot, invece, puntano su un vero ritorno alle origini e ai primi album Revolutions e Seven. Incontriamo nuovamente, così, un rock sinfonico raffinato, con una certa attenzione alle melodie e con forti riferimenti a Renaissance e Yes. Riuscite certe soluzioni classicheggianti e sempre una garanzia la voce di Christina. Disco alla fine molto bello, ovviamente senza un vero spirito di ricerca e senza rischi, ma che i seguaci del prog sinfonico potrebbero arrivare ad amare e a inserire molto in alto nelle classifiche di fine anno.
PROGMAN59 (8,5): Tarot conferma tutte le qualità dei Magenta: una scrittura raffinata, grande cura degli arrangiamenti e un perfetto equilibrio tra melodia e respiro sinfonico. Il concept ispirato agli arcani maggiori diventa il filo conduttore di un percorso che parla più di crescita e trasformazione che di esoterismo. Robert Reed costruisce composizioni ricche ma sempre leggibili, mentre Christina Booth offre una delle interpretazioni più intense della sua carriera, dando calore e personalità a ogni brano. The Lovers, The World e soprattutto Strength rappresentano i momenti più alti di un album solido e ispirato. È vero, i Magenta non cercano di reinventare il progressive, ma lo interpretano con una classe che pochi possono vantare. Un disco elegante, maturo e capace di emozionare senza ricorrere a facili effetti.
ACHILLE (6,5): Tarot segna il ritorno dei Magenta al progressive sinfonico tradizionale: il disco punta su melodie ampie, brani articolati con al centro la voce limpida di Christina Booth. Il concept degli arcani (a proposito, sembra un tema tornato in auge negli ultimi tempi, vedi l’ultimo album di Christian Nesmith & Circe Link) dà unità al disco, senza trasformarlo in un esercizio cerebrale: The Lovers, The Magician, The World, Strength e The Empress funzionano come quadri diversi dello stesso racconto, legati da brevi passaggi acustici e da un’orchestrazione a tratti un po’ invadente. Le influenze anni Settanta restano riconoscibili, su tutti i Renaissance, di cui i Magenta sembrano una versione moderna. In conclusione, il tipico disco di prog sinfonico ben costruito (scrittura melodica solida, arrangiamenti eleganti, assoli di Chris Fry misurati, batteria raffinata dello “special guest” Nick D’Virgilio e una Booth sempre espressiva), che però denuncia il limite di tanti, forse troppi dischi prog: il bisogno di riproporre schemi collaudati, rimanendo nella comfort zone di un suono che più classico non si può.
Proposto da Progman59: Paolo Pagliari -Through the eyes of a child (2026)
GEPPO (5): Incontro Paolo Pagliari per la prima volta. Eppure, pur essendo in attività da molto tempo, si presenta solo ora con questo primo disco interamente autoprodotto, in cui suona quasi tutti gli strumenti (eccetto la batteria) e ospita diverse voci ai cori. Canta in inglese e propone un classicissimo rock sinfonico/romantico, profondamente influenzato da Pink Floyd, Camel e Genesis. È indubbiamente dotato e cura ogni dettaglio con estrema dovizia, tuttavia, come spesso mi capita di notare in questi casi, l'opera pecca di autoreferenzialità: cerco una personalizzazione che non trovo, sostituita da suoni sì piacevoli, ma fin troppo stereotipati. Risulta, in definitiva, un ascolto rassicurante solo per chi non si è ancora assuefatto a questo tipo di proposta sonora.
PEPPE (6,5): Through the eyes of a child è un disco scorrevole di quasi un’ora, destinato soprattutto agli eterni romanticoni del progressive rock. Melodie languide, solos strumentali eleganti e rimandi continui a Pink Floyd, Camel, Mike Oldfield. Una formula semplice, sicuramente molto adottata nel mondo del prog, ma proposta con buon gusto e discrete capacità tecniche. La piacevolezza d’ascolto non viene mai meno, ma parallelamente è molto forte la sensazione del “già sentito”. In un panorama fittissimo di nuove uscite personalmente mi trovo a dare priorità ad altri acquisti, ma chi non si stanca mai di certi suoni e dell’orientamento stilistico di quest’album apprezzerà senza problemi.
PROGMAN59 (8): È uno di quei dischi che non cercano di stupire con effetti speciali, ma di creare un clima. Pagliari guarda al progressive melodico e sinfonico, con evidenti richiami a Camel, Pink Floyd, Genesis senza però trasformare l'omaggio in una semplice imitazione. Le melodie arrivano senza forzature, gli arrangiamenti accompagnano i brani con discrezione e tutto scorre con una naturalezza che invita ad ascoltare fino in fondo. Qualche influenza rimane fin troppo riconoscibile e un pizzico di audacia compositiva in più avrebbe giovato, ma la sincerità dell'ispirazione non viene mai meno. Non cambierà la storia del progressive, ma è un lavoro onesto, personale e capace di emozionare.
ACHILLE (6): Confesso che, prima di questo ascolto suggerito dagli amici Rottersiani, ignoravo chi fosse Paolo Pagliari. Ho scoperto che si tratta di un musicista italiano di area prog, oggi residente in Francia, con esperienze in The Old Castle e studi di musicoterapia. Through the Eyes of a Child è la sua opera prima: un concept album autoprodotto sull’infanzia, costruito con sguardo malinconico e mano artigianale. Pagliari fa quasi tutto da sé, voce e strumenti compresi, affiancato da Alberto Quacquarini alla batteria: più che una band, una bottega prog con le finestre spalancate su Pink Floyd e Camel. I pregi (come i difetti) sono evidenti: chitarre eleganti, melodie ariose, ma un po’ stucchevoli, crescendo ben dosati e brani come Father’s Words o Stars in Your Eyes, che scorrono piacevoli senza sorprese. Il limite è un’eccessiva deferenza verso i modelli: Pagliari ama talmente i suoi padri nobili che non ci prova neppure ad azzardare qualche curva fuori traiettoria. Il risultato è un lavoro sincero, levigato e malinconico, rassicurante, ma non rivoluzionario. Chi cerca l’innovazione radicale farebbe bene a cambiare indirizzo; chi invece stravede per il prog sinfonico-romantico, con tanto cuore e pochi scossoni, qui può accomodarsi senza rimpianti.
Proposto da Achille: Grice - Filter (2026)
GEPPO (7): Il disco che non ti aspetti: questo è anche il bello della Rotters’ Roundtable! Grice (alias Jim Peters), polistrumentista e cantante inglese dal ricco curriculum, ha realizzato lavori solisti diversi tra loro; questo è variegato e poliedrico, impreziosito da ospiti del calibro di R. Barbieri, S. Jansen, D. Thorn, L. Calabrese e T. Travis. Tra i brani spiccano l’iniziale Filter, Look to the Spring e Time. Un'opera interessante, ma solo in parte: il cantautorato coinvolge poco e Peters tende proprio a questo, con passione ma senza l'autorità di un D. Sylvian, a cui si ispira. Se l’atmosfera alla Rain Tree Crow ammalia e il motivetto pop di Judgement Day ci può stare, convincono le divagazioni ambient di Desert Bloom. Insomma, siamo in ambito di confine dove, unendo pop, jazz d'avanguardia, minimalismo ed esplorazioni sonore d'ambiente, vengono tradotte in musica il silenzio, la malinconia e il paesaggio interiore.
PEPPE (7,5): Atmosfere rarefatte, suoni acustici che si fondono con quelli elettrici ed elettronici, un senso intrigante di malinconia, ritmi compassati e ipnotici, melodie elegantissime, soluzioni cinematiche. Questo il contenuto principale di questo lavoro che si muove tra echi di Sylvian, i Porcupine Tree degli esordi e il post rock. Il disco è comunque eterogeneo, perchè contiene anche un brano più diretto e pop, qualche soluzione più vicina al jazz contemporaneo, persino spiragli avanguardistici. D'altronde, con i collaboratori di cui si contorna Grice, non si può essere stupiti più di tanto. Filter è ispirato, intimista, curatissimo nei dettagli e nei suoni e cattura innanzitutto l'anima.
PROGMAN59 (8,5): Grice costruisce un suono fatto di dettagli, silenzi e atmosfere, muovendosi con naturalezza tra art rock, elettronica e progressive. La presenza di musicisti come Richard Barbieri, Steve Jansen e David Torn arricchisce il quadro senza mai oscurare la personalità dell'autore, che rimane sempre al centro della scena. Ogni brano sembra trovare il proprio spazio con grande equilibrio, evitando inutili virtuosismi e privilegiando la ricerca del clima giusto. Desert Bloom, Dumah (Silence) e Traveller sono tra i momenti più riusciti di un album che richiede attenzione, ma sa ripagare chi gli dedica il tempo necessario. Non è un lavoro immediato né pensato per tutti, ma possiede una coerenza e una profondità che crescono a ogni ascolto.
ACHILLE (8): Grice è un cantautore inglese abituato a muoversi in quella zona di frontiera già abitata da artisti del calibro di David Sylvian, Mark Isham, David Torn (quest’ultimo presente come ospite): art rock, progressive, electro-folk, pop intellettuale, soundscape si intrecciano in un mondo nel quale la canzone non è mai solo strofa e ritornello: è un piccolo ambiente da esplorare. Anche per questo ama circondarsi di musicisti dal gusto raffinato come gli ex Japan Jansen & Barbieri, il già citato David Torn, Luca Calabrese e l’onnipresente Theo Travis. La sua voce da crooner, morbida e discreta, accompagna un lavoro che riflette sull’idea di filtrare il rumore acustico, mentale e digitale. Nei brani più lunghi, come Desert Bloom e Dumah (Silence), emergono echi, ottoni, archi e tastiere. Un disco pensoso, ma mai freddo, consigliato a chi ama le derive più eleganti del pop d’autore. Se vi sentite orfani delle traiettorie oblique di Jon Hassell, se, come me, avete adorato la mitica trilogia di Sylvian degli anni ottanta, questo disco fa per voi.
ACCORDI/DISACCORDI
(come la deviazione standard unisce o divide)
Album datati tratti dalla pagina Rotters’Gnosis: una selezione di ascolti votati che abbiamo il piacere di condividere con un breve commento relativo alle nostre valutazioni.
CARNASCIALIA - Carnascialia (1979) - dev. standard = 0
GEPPO (8): Un disco che conosco e amo dalla metà degli anni ‘80. Uscito nel 1979, in pieno periodo considerato "anti-rock-progressivo", ne rappresenta una vetta per forza espressiva e capacità di combinare diverse anime su base folk. Siamo nell'ambito di quella felice contaminazione tra musica popolare e spirito avanguardistico in cui i vengono coinvolti musicisti di spiccata personalità: praticamente i componenti del Canzoniere del Lazio, Demetrio Stratos, Mauro Pagani, Danilo Rea e Maurizio Giammarco, giusto per citare i più noti senza far torto a nessuno. I brani sono scritti all'insegna della fusione tra matrici musicali differenti, offrendo un esempio notevole di espressione e creatività. Composizioni circolari in cui a ogni singolo strumento è affidata una frase melodica, capaci di creare intrecci sonori mai risolti. Un gran bel disco che, riascoltandolo oggi, rivaluto con immensa gioia!
PEPPE (8): Il progetto Carnascialia di Pasquale Minieri e Giorgio Vivaldi coinvolge molti nomi importanti e si potrebbe vedere come un’evoluzione del Canzoniere del Lazio. La base della rivisitazione del folk mediterraneo resta, ma si spinge oltre grazie ad un attento spirito di ricerca e con un sound prevalentemente acustico, tra sperimentazioni care a Stratos, world music, jazz, progressive rock. Tra tradizione e modernità, a volte ci si muove su confini labili, altre volte si fanno confluire più generi in un’unica soluzione. Questo processo di contaminazione risulta alla fine pienamente riuscito, brillante e scorrevole e coinvolge per tutti i quasi quaranta minuti del disco.
PROGMAN59 (8): Arrivato quando il progressive italiano sembrava aver ormai esaurito la sua spinta creativa, Carnascialia dimostra invece che c'erano ancora territori inesplorati. Pasquale Minieri e Giorgio Vivaldi, affiancati da musicisti del calibro di Mauro Pagani, Demetrio Stratos, Danilo Rea e Maurizio Giammarco, fondono folk mediterraneo, jazz e musica popolare con una naturalezza sorprendente. Brani come Almeisan e Gamela colpiscono per eleganza e ricchezza timbrica, mentre Fiocchi di neve e bruscolini consegna una delle ultime, preziose testimonianze vocali di Stratos. Non è un album che punta sul virtuosismo, ma sull'atmosfera e sull'intelligenza degli arrangiamenti. Più che un disco prog in senso stretto, è un'opera di confine che anticipa molte contaminazioni future. Forse non raggiunge i vertici assoluti del progressive italiano, ma conserva un'identità fortissima e un fascino rimasto intatto nel tempo.
ACHILLE (8): Carnascialia nasce nel 1979 come progetto lampo di Pasquale Minieri e Giorgio Vivaldi (ex Canzoniere del Lazio) e si colloca nel crocevia tra ricerca popolare, avanguardia e scena alternativa dell’Italia di fine Settanta. Dentro ci si trova un po’ di tutto: folk mediterraneo, percussioni rituali, aperture fusion e momenti quasi teatrali, con quella libertà creativa tipica di chi veniva dalle piazze, dai collettivi musicali, dall’idea di reinventare la tradizione. La formazione è una specie di supergruppo: Demetrio Stratos con le sue tipiche acrobazie vocali, Mauro Pagani a colorare i brani con violino e mandolino, Danilo Rea e Maurizio Giammarco a spostare il baricentro verso il jazz. “Canzone numero uno” ha il passo della festa, “Fiocchi di neve e bruscolini” e “Kaitain”, con le loro acrobazie vocali, potrebbero essere uscite da un disco degli Area, “Almeisan” (imho, l’apice del disco) rallenta il ritmo dando vita ad specie di trance “acquatica”, mentre “Gamela” mette insieme ciclicità minimaliste del sud est asiatico e canti popolari del sud di Italia. Un album irregolare, frastagliato, ma affascinante. Sembra quasi un laboratorio aperto: uno dei primi esempi italiani di world music ante litteram.
HARMONIUM - Si on avait besoin d'une cinquieme saison (1975) - dev. standard 0,74
GEPPO (8): Dopo un disco d'esordio non irresistibile, riescono a catturare la mia attenzione con questo gioiellino acustico, caratterizzato da venature jazzy e da uno spirito hippie in un contesto di contaminazioni sonore folk. Pur essendo un po' troppo "canzonettistico", l'album offre passaggi sonori delicati di chitarra acustica e flauto, furbi tappeti di mellotron e un basso ritmico e pulsante che collabora alacremente ad alzare i toni. L'assenza di percussioni lo rende peculiare nel contesto del rock progressivo; ma d'altronde siamo nel 1975 e un po' tutti quelli che sperimentavano vi rientravano. Depuis l'automne e Histoires sans paroles catturano il mio interesse più degli altri brevi brani. Questo tradisce forse una certa generosità da parte mia, ma quando si ha il piacere di abbandonarsi a una dimensione sonora più leggera e romantica, trovo gli oltre 17 minuti della suite particolarmente appaganti per lo spirito creativo ed il piglio avanguardistico espresso.
PEPPE (10): Condensare in poche righe i miei pensieri su questo grande disco è compito improbo. I canadesi Harmonium, con tre dischi in studio ed un live, hanno scritto pagine importanti di prog. Questo è il loro lavoro migliore, che rispecchia appieno la loro personalità. Rinunciando quasi del tutto a strumenti a percussione sfornano un’opera che ad ogni ascolto fa venire voglia di… riascolto. Merito di un folk-prog (con tratti classicheggianti) ammaliante che, con chitarre acustiche, fiati, basso, piano, tastiere e raffinate melodie vocali, a volte trasmette malinconia, altre volte fa sognare ad occhi aperti. La suite Histoires sans paroles è un picco straordinario; composizione che incanta fin dalle prime battute con quei dialoghi meravigliosi tra flauto e chitarra e che prosegue alla grande con continue invenzioni, tra cascate di mellotron, cambi di atmosfera, squarci onirici, fughe di piano, vocalizzi femminili, intrecci strumentali di gran classe. Un gioiello preziosissimo che per me merita il massimo dei voti.
PROGMAN59 (9): È uno dei vertici del progressive canadese e un disco che ha saputo invecchiare magnificamente. Serge Fiori e compagni costruiscono un mondo sonoro di straordinaria delicatezza, dove folk, jazz, musica classica e psichedelia si fondono con assoluta naturalezza. Il concept della “quinta stagione” diventa una metafora dell'immaginazione e della dimensione interiore, più suggerita che raccontata. La lunga Histoires sans paroles è il cuore dell'album: una suite che cresce con pazienza, affidandosi all'emozione più che al virtuosismo. Rispetto all'esordio, la scrittura è più matura, gli arrangiamenti più ricchi e l'equilibrio tra gli strumenti semplicemente esemplare. Cantato in francese e lontano dai riflettori del prog inglese, resta uno di quei capolavori che conquistano senza alzare mai la voce.
ACHILLE (9,5): Ci sono dischi la cui bellezza resiste allo scorrere del tempo. Uscito nel 1975, questo capolavoro degli Harmonium trasforma il folk acustico del Québec in un viaggio progressivo sospeso. L'album immagina quattro brani per le stagioni reali e una quinta dimensione interiore affidata alla suite Histoires sans paroles. Senza batteria rock o assoli muscolari, la band usa flauti, mellotron e strumenti acustici per creare un mondo rarefatto. La tradizione locale incontra la complessità del prog inglese e sfumature jazzy, dipingendo l'autunno come perdita e l'inverno come urto. Infine, la suite finale apre una stagione segreta e dominata dal mellotron. È un'opera che usa la complessità con misura, un album intimo, compatto e ancora incredibilmente magico.






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