Presentato come "4th International Festival of Eclectic Music", mi chiedo se questa definizione sia un modo per descrivere meglio la musica prog (rock progressivo) o se nasca piuttosto dalla volontà di prenderne le distanze, evitando certe interpretazioni restrittive che spesso si fanno di un genere così ampio nelle sue sfaccettature. In ogni caso, il termine "eclettico" mi piace.
Antefatti
Non appena l'evento è stato pubblicizzato, noi del Rotters' Club ci siamo subito agitati: avevo il sentore che fosse qualcosa di imperdibile. D'altronde gli headliner sono di notevole caratura e non avevo mai avuto l'occasione di vedere i Soft Machine dal vivo. Determinato a partire, tra i "brocchi" si è aggregato il buon Peppe dopo aver sistemato i suoi impegni di lavoro, mentre Silvio ha dovuto rinunciare a malincuore. Per cose del genere la tempestività è tutto, e fortunatamente abbiamo bloccato il B&B e l'abbonamento al festival già a inizio marzo. Bisognava solo attendere per più di quattro mesi!
E' tempo di festival
Si parte nel primo pomeriggio di mercoledì 22, dopo l'ansia di non risolvere alcuni problemi del giorno prima, viaggio comodo e breve (poco più di tre ore), Le stanze sono accoglienti ed in ottima posizione per raggiungere il centro a piedi, iniziamo ad individuare dove cenare e soddisfiamo la nostra voglia con una gustosa chitarrina terramana, formaggio fritto, pallotte cacio e ova, arrosticini e soprattutto la mazzarella! Arriviamo tardi a piazza sant'anna, Oswaldo Gomez & Heidy Balza hanno terminato il loro set e troviamo sul palco Boris Savoldelli Psychedelic jazz trio con la rilettura di un classico come The dark side of the moon dei Pink Floyd talmente destrutturato da riconoscersi prettamente nella melodia del cantato. Al contrabasso, sax e voce/electronics si aggiunge il chitarrista Dewa Budjana. Concerto interessante, musicisti bravissimi e coinvolgenti, conoscevo vagamente solo Boris ma l'impressione è stata positiva. (voto 6)
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| Boris Savoldelli psichedelic jazz trio con Dewa Budjana |
La prevista jam session non si tiene per il mancato arrivo per tempo dei musicisti, quindi ci si sofferma al banchetto del merchendising che appare abbastanza ricco e dai costi finalmente umani di LP e CD (tranne la maglietta del festival che a malincuore non acquisterò).
Giorno due - giovedì 23 luglio 2026
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| Geppo, Peppe e Leonardo |
Arriviamo alla bella sala Ipogea con largo anticipo e qui ci intratteniamo con Leonardo Pavkovic, il quale racconta aneddoti e storie varie di musica e musicisti, ma soprattutto ci onora dicendo di conoscerci come Rotters' Club da una vita! Sommessamente e col sorriso lo correggo: sono "solo" venticinque anni, dato che abbiamo in comune il compleanno con la MoonJune Records! È una conversazione che mi stupisce per il tono amichevole, quasi fraterno, il che mi fa capire che ciò che seguirà nei prossimi giorni sarà fuori dal comune, perché Leonardo è talmente una persona speciale che influenzerà il suo festival in maniera determinante.
E nella roundtable per il venticinquesimo è un fiume in piena, con Donato Zoppo a guidare l'intervista che ripercorre la realizzazione di tanti dischi e concerti, ricordando che MoonJune si divide tra Records ed Agency. La passione per queste attività straborda e coinvolge: seguo attentamente senza distrazioni, sono preso dai racconti e inizio a manifestare una beatitudine interiore, immergendomi completamente nello spirito del festival.
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| Sirkis - Zoppo - Pankovic - Curci |
C'è Asaf Sirkis al tavolo, nuovo batterista dei Soft Machine, ma se mi giro intorno tra il pubblico non mancano altri musicisti; tra questi l'italianissimo Luca Calabrese, che accompagnerà Vittorino Curci nella performance "Sax & Poesia" che segue.
Complice il riverbero della sala, il sax e la piccola tromba risuonano,
evocano, accompagnano dolcemente il recitato poetico dalla bella voce profonda. Ma ecco che una bottiglietta di plastica manipolata si fa strumento e suona, così come, subito dopo, un foglio di carta stropicciato nelle mani di Luca. Anche Vittorino non si tira indietro: toglie il bocchino dal sax, infila una bottiglietta nel padiglione e produce sibili e suoni ancestrali... Mi piace (voto 7), ma inizio a chiedermi se Luca sia quel musicista che ho incontrato in un disco da ascoltare per l'ultima Rotters' Roundtable...
Pausa pranzo gustosa a base di prelibatezze di pollo. Soddisfatti, ci riposiamo un po' e alle 18:30 arriviamo puntuali a Largo Melatino, dove Danilo Di Paolonicola suona Charlie Parker... con la fisarmonica! Bravo e coinvolgente, tra le sue mani lo strumento perde la connotazione tradizionale per sfruttare le sue coloriture sonore in una multiforme e destrutturante reinvenzione della musica del grande sassofonista. Grande richiesta di bis, subito soddisfatta. (Voto: 7)
La piazzetta ospitante è contenuta, tra una chiesa ed un bel porticato in stile medievale. Gli spettatori sono poche decine che ci vengono appositamente, ma ho notato che diversi passanti si fermano perchè incuriositi dalla musica.
Sul palco sale il duo di chitarristi composto da Dewa Budjana all'elettrica e Nicolas Meier
all'acustica. Non li conosco, anche se ho già ascoltato Dewa la sera prima insieme a Savoldelli. È sicuramente una collaborazione nata per l'occasione, ma i brani risultano interessanti e ben sfaccettati. Particolarmente entusiasmanti alcuni intrecci tra gli strumenti, con il suono saturo della chitarra elettrica che si amalgama alla perfezione con le sonorità acustiche. (Voto: 6)
Arriva quindi l'ora di spostarsi in Piazza Sant'Anna, dove si trova il palco principale con circa 500 sedie pronte ad accogliere gli spettatori. Si attende l'inizio del concerto chiacchierando con amici che condividono la stessa passione musicale, cogliendo queste preziose occasioni di reale confronto.
L'inizio dei preparativi sul palco richiama tutti a prendere posto. Markus Reuter "truce" fin dalle prime battute, travolge il pubblico con un'onda sonora al fulmicotone. Fiumi di note scorrono rapidissimi sulla tastiera della Touch Guitar, strumento creato dallo stesso Reuter, mentre il basso è tellurico nei suoi riff portanti. Ad accompagnarlo c'è Sirkis, che percuote pelli e piatti con grande potenza, arricchendo il brano con un drumming colorato e variegato. Nel complesso un po' troppo violento per i miei gusti: Reuter interpreta giustamente il ruolo da guitar hero, ma è uno stile che non rientra tra i miei preferiti, ma globalmente il concerto non mi è dispiaciuto. (Voto: 6)
Durante la breve pausa per il cambio palco ne approfitto per mangiare qualche trancio di pizza: il susseguirsi dei concerti serali è così frenetico che bisogna per forza organizzarsi per cenare sul posto. Ne approfitto anche per indossare la felpa: l'escursione termica lo richiede a gran voce!
È il momento della Beledo Moonunity Band, formazione costituita per l'occasione da musicisti che gravitano attorno all'etichetta Moonjune. Fusion classicissima: Beledo lascia momentaneamente la chitarra per accomodarsi alla tastiera per una rivisitazione al profumo di tango; il terzo brano ricorda un po' certe cose di Allan Holdsworth, tra belle melodie e ottimi interventi solisti, con un interplay tra i quattro musicisti davvero notevole. Si aggiunge poi Savoldelli: su un brano sorretto da un riff di chitarra dal sapore orientale si innesta il cantato in italiano, seguito da un assolo jazz di basso. Sembra una jam session ricca di continue variazioni, in cui trova spazio anche un vocalese elettronizzato su ritmo calypso. Segue un brano intitolato Spirito della pace, la cui interpretazione vocale mi riporta alla memoria i conterranei Avion Travel. Davvero non sai mai cosa aspettarti: si spazia tra generi e influenze di ogni tipo, un po' di tutto. Quando il chitarrista indonesiano Dewa Budjana si unisce al gruppo trasformandolo in quintetto, il brano eseguito — sempre con testo in italiano — mi ricorda vagamente gli Osanna. All'improvviso, un potente scroscio di pioggia ci costringe a scappare alla ricerca di un improbabile riparo: che disdetta! La band, però, continua a suonare imperterrita un bel pezzo strumentale. Quando la pioggia cala, ci rimettiamo in piedi sotto il palco per seguire unnuovo brano che a un certo punto richiama A Love Supreme di Coltrane, per poi sfociare in un finale corale potente e coinvolgente. (Voto: 7)
Arrivano gli Osanna, da seguire rigorosamente in piedi visto che le sedie sono state tolte a causa della precedente pioggia. È una formazione allargata: oltre a David Jackson, come annunciato in locandina, c'è anche il percussionista Carlo Avitabile. Per me, che conosco molto bene la band avendola seguita in numerosi concerti, queste novità innalzano notevolmente le aspettative. Il gruppo suona compatto come sempre. Lino si riconferma il punto focale, ma stavolta deve dividere la scena con David, la cui mimica facciale, la gestualità e i continui andirivieni sul palco mi entusiasmano non poco. Avrò modo di dirglielo il giorno dopo, e lui mi risponderà che con gli Osanna è possibile lasciarsi andare, mentre con i Van der Graaf Generator bisognava mantenere un atteggiamento più morigerato. Tornare a suonare insieme dopo anni, per giunta senza prove preventive, è stato un successo: David si è divertito sul palco e ha fatto divertire il pubblico, perfino quando ha scambiato i sax durante uno dei suoi interventi. Gli Osanna sono apparsi in gran forma e non si sono risparmiati, eseguendo addirittura due volte la mitica Theme One. Ma, soprattutto sui vecchi brani, avrei apprezzato una libertà esecutiva purtroppo sempre più difficile da trovare nei live attuali un po' di tutti i gruppi a cui ho assistito. (Voto: 8)
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| Osanna con David Jackson |
Giorno tre - venerdi 24 luglio 2026
Seppur non del tutto ripreso dall'intensa attività del giorno precedente e dall'umidità per la pioggia, affidandomi al mio fido antinfiammatorio ci ritroviamo alla sala ipogea per la roundtable sui 60 anni dei Soft Machine. Entusiasmo a mille, che cerco di stemperare con l'amico Marco Masoni, il quale siederà al tavolo con la band al completo per ripercorrerne la storia. Tra loro c'è anche il precedente bassista e storico membro Roy Babbington che, al momento di essere chiamato in causa, si alza cercando di mimetizzarsi con il muro retrostante e coprendosi il viso con il cappellino: «Oramai sono invisibile!», esclama, facendo sorridere la platea che gli tributa un meritato applauso.
La sala è gremita, con persone persino in piedi ad ascoltare racconti e aneddoti: si parla di come un tempo i componenti della band non fossero così amici, mentre oggi vivono tra loro un clima del tutto diverso, disteso e affettuoso. Lo testimonia Etheridge, il "veterano" dell'attuale formazione, che ricorda come all'epoca non si parlassero nemmeno tra loro, mentre tutti andavano a parlare con lui... male degli altri, ovviamente! Gustoso anche l'aneddoto di quando sostituì Allan Holdsworth e, dovendo suonare al Festival di Reading nel 1975 davanti a 250.000 persone, se lo ritrovò al fianco per ore a criticare ogni singolo chitarrista sul palco. E lui avrebbe dovuto suonare subito dopo! Un'atmosfera davvero bella, giusto un po' rovinata da un volenteroso ragazzo che provvedeva alla traduzione dall'inglese, purtroppo in modo approssimativo. Sebbene la maggior parte dei presenti fosse composta da stranieri o comunque da italiani che non avevano difficoltà con la lingua, dal pubblico si è comunque levata la richiesta di una traduzione...
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| Marco Masoni illustra la storia dei Soft Machine |
A seguire, la performance di Beppe Crovella (tastierista degli Arti&Mestieri) e Michel Delville
(chitarrista dei The Wrong Object), di cui però dirò solo che si è rivelata infelice a causa della pessima acustica, che ha reso praticamente impossibile godersi il concerto. (senza voto)
Si va a pranzo con Peppe e Marco, piacevolissimo momento in cui s'intrecciano conversazioni a tema musicale... ma guarda un pò!
Un breve riposino nel tardo pomeriggio ed è già ora di tornare ai concerti, dove troviamo Gustavo Cerqueiras con Tierra Mia. Il pianista cileno è solo sul palco e regala un tocco più romantico rispetto alla musica ascoltata finora al festival: una performance solista che offre un momento di leggerezza su variazioni latine. In rete non si trova quasi nulla su di lui come solista, ad eccezione del brano citato, che sembra quasi l'apertura di una suite o di un concept album. L'ho seguito con piacere. (Voto 6)
Segue lo Stephan Thelen Fractal Trio (tastiere e due chitarre). Sinceramente avrei preferito una formazione più ampia, con basso e batteria, ma tant'è: ce lo facciamo bastare. Ciò che suonano, però, non mi è nuovo... I riferimenti crimsoniani sono piuttosto evidenti, ma... io ho già ascoltato questa roba... mumble... mumble... perché dimentico sempre i riferimenti?
Riprendo qualche appunto preso al momento: trip cosmico, a testimonianza della proposta
variegata del festival. Un set molto coinvolgente fatto di loop, reiterazioni, variazioni sul tema e brani strumentali dilatati per un viaggio lisergico. Le chitarre intrecciano i loro arpeggi senza soluzione di continuità, con la tastiera in sottofondo e basso e batteria campionati. Philarmonie? Ah no, Sonar... Thelen ne è il chitarrista! Conclude la cover di Indiscipline dei King Crimson dove sul finale le dita si incrociano oltre il necessario... ma è bello così. (voto 7)
Ci si sposta al palco principale per il prosieguo della serata. Non mancano gli incontri e le chiacchierate con altri appassionati, mentre sotto sotto cova un po' di aspettativa per Rainbow Dome Musick di Steve Hillage, accompagnato dalla moglie Miquette Giraudy, co-autrice ed esecutrice del disco del 1979.
Il tavolo è carico di apparecchiature elettroniche piene di pulsanti e potenziometri; si intravede appena una tastierina da un paio di ottave e la solita chitarra Steinberger. A quel punto si crea una situazione strana: non mi sento a mio agio. Vorrei immergermi nel flusso sonoro continuo, provo persino a chiudere gli occhi... niente! Osservo i movimenti saltuari delle mani sulle macchine e gli interventi in glissando sulla chitarra, ma la cosa non evita di farmi distrarre dai miei pensieri. Forse non sono nello stato d'animo giusto, o forse la location è più adatta a musica suonata con strumenti acustici o tradizionali... D'altronde il disco fu registrato per il festival Mind-Body-Spirit di Londra del '79, probabilmente un contesto più adatto alla sua esecuzione. (Voto 5)
Il set predisposto visivamente sulla destra del palco era abbastanza inusuale: una tastiera
contornata da piatti e tamburi compreso la cassa di una batteria! bene impersonifica Gary Husband che nasce pianista per poi diventare anche batterista da me conosciuto sui dischi di Allan Holdsworth. Sicuramente entusiasmante vederlo suonare, passa dai tasti alle bacchette con disinvoltura: addirittura li usa contemporaneamente! La foga impressa gli fa perdere due volte una bacchetta, chiede aiuto at tecnico di palco per recuperarla senza fermare la musica, parla al pubblico con sorridente simpatia. Alterna composizioni strane dove alberga jazz ed avanguardia creativa. Conclude con un brano, alquanto articolato e nervoso, dedicato a Paco De Lucia. (voto 7)
Siamo all'ultimo concerto: per me è la prima volta con i Soft Machine! Sul palco c'è l'attuale formazione, guidata dal veterano Etheridge alla chitarra, a testimonianza del suo legame con la band fin dal lontano 1975. I musicisti hanno una disposizione curiosa, visivamente "raccolta" sulla destra. Si parte con i brani più recenti (Open roads, Lemon poem song) e noto quello che ormai succede spesso nei concerti d'oggi: un'esecuzione fin troppo fedele al disco.
Poi, però, arriva una Seven hours completamente stravolta e quei dettagli capaci di emozionare. Come il chitarrista che smanetta con gli effetti appoggiati sul tavolino di fianco, a volte modificandone i parametri durante l'esecuzione.
Arriva il momento memorabile in cui a Baker si stacca la tracolla del basso: lui continua a suonare imperterrito, trovando appoggio per lo strumento appoggiando la gamba sul rialzo della batteria. Il tutto con enfasi esecutiva e potente volume regalandomi un momento d'ascolto davvero entusiasmante.
Sirkis si conferma solido; l'avevo già visto all'opera con altre band durante il festival e il suo stile è inconfondibile. Travis, serio e compassato, fa il suo lavoro con impeccabile professionalità. .
A metà concerto si aggiunge Husband alle tastiere, i brani si alternano tra nuovi e vecchi Waltz for Robert, Out-Bloody-Rageous, The Tale of Taliesin, Burden of Proof, Turmoil, l'immancabile Hazard Profile part.1, il bis con Facelift, in ordine sparso ed incompleto. Sono rimasto totalmente rapito dal concerto. Ripensando al fatto che fin dal mattino mi ero ritrovato a condividere gli spazi con questi musicisti fantastici, la calorosa stretta di mano con il simpaticissimo e monumentale Etheridge ci stava tutta! (Voto: 8)
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| I nuovi Soft Machine con Gary Husband |
Giorno quattro - sabato 25 luglio 2026
Mattinata dedicata a Derek Shulman, mitico vocalist e polistrumentista dei Gentle Giant,
nonché rinomato produttore di tanti musicisti importanti. Viene mostrato in anteprima il remaster di
In a Glass House dei Gentle Giant: una ristampa fedele all'originale nella cover, ma con un LP trasparente e bellissimo, proprio come il vetro! È stato raccontato quanto sia stata complicata la genesi di questa operazione, essendosi reso necessario un processo di estrazione delle tracce dei singoli strumenti dall'unico master esistente, per poi consegnarle nelle sapienti mani di Steven Wilson.
Derek ha decantato la straordinaria qualità audio del risultato ma, non essendo stato baciato dalla fortuna durante l'estrazione a sorte, dovrò necessariamente acquistarlo... a un prezzo purtroppo esagerato!
Dopo la presentazione del libro e l'estrazione dei due volumi in palio (purtroppo senza fortuna per il sottoscritto), è seguita la consegna dei Moonjune Awards: il primo italiano a riceverlo è il nostro Lino Vairetti.
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| Husband - Hillage - Vairetti - Etheridge - Sirkis - Leonardo - Reuter |
Questo incontro è stato esaltante dal punto di vista emotivo, condividere il momento con i miti che ho sempre pensato irragiungibili davvero impagabile! E tutto questo grazie a Leonardo Pavkovic. L'affamato trio composto da me, Peppe e Marco si dirige verso un'osteria tipica che però non può ospitarci perché completa; ripieghiamo quindi sul sicuro, riassaporando un piacevole pranzo a base di pollo fusion. Dopo il riposo pomeridiano ritorniamo a Largo Melatino, dove si esibisce la Anton Roolaart Band. Chitarra acustica, basso e batteria per una proposta vicina al pop/cantautorale americano della west coast, che viene resa più incisiva dagli interventi di Beledo alla chitarra elettrica. Un genere decisamente troppo leggero per i miei gusti: niente foto e niente voto.
Anticipo l'andata in Piazza Sant'Anna insieme all'amico canterburiano Mirco, dove lo scambio
sociale si allarga ad altri amici, tra cui Giovanni (nuovo chitarrista degli Arcansiel). A un certo punto vedo Luca Calabrese e inizio con lui una piacevole chiacchierata, a cui si unisce anche la moglie Lucia. Ci abbandoniamo alla bellezza del discorrere di musica, delle nostre passioni e delle piccole grandi cose della vita. Luca mi fa persino omaggio, emozionandomi, del suo lavoro solista in CD. Si fa ormai ora del primo concerto serale, così raggiungiamo i nostri posti a sedere riservati.
Sul palco c'è il Diego Amador - Flamenco Free Jazz Trio. È la mia prima volta con loro, non ho mai ascoltato nulla del loro repertorio, quindi il mio approccio è pieno di curiosità. Pianoforte a coda, tastiere, basso e batteria. L'audio è eccellente, ogni singolo strumento si distingue alla perfezione. Diego ogni tanto canta in spagnolo con passionalità e calore sudamericano, ma la mia attenzione è tutta per i brani strumentali: i musicisti sono pazzeschi nel proporre un jazz vivido e articolato, dove il sapore flamenco è presente ma mai invadente. La sezione ritmica sostiene abilmente un pianismo energico, tanto che io e Peppe ci scambiamo spesso sguardi di ammirazione davanti a una tale maestria e passione... davvero una fusion divertente e di gran classe. A un certo punto spunta un riff di basso che mi ricorda A Love Supreme di Coltrane; il pubblico si alza in piedi a chiedere a gran voce il bis, che puntualmente arriva tra applausi scroscianti. Ma la serata non finisce affatto qui: alla seconda batteria si siede Gary Husband e la musica sembra impazzire in un caos organizzato da musicisti di altissimo valore. Poi pare succedere qualcosa: qualcuno si avvicina a Diego per fargli delle comunicazioni, ma si continua a suonare. Il pianoforte, però, smette di essere amplificato e si passa alle tastiere, con suoni a tratti davvero inusuali e coinvolgenti. Dalla platea un'altra persona tenta di comunicare con Diego, che tuttavia sembra trovarsi in un altro mondo, un luogo dove trascina tutta la band e il pubblico: prende delle bacchette ed inizia a percuotere le corde di un pianoforte ancora muto. Esaltato ed esaltante. (Voto: 8)
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| Diego Amador Flamenco Free Jazz Trio |
Giunge il gran concerto finale, i Gong con l'ospite Steve Hillage. Visti in concerto nel 2022 ma la partecipazione del chitarrista storico aggiunge sapidità alle aspettative. Sin dalle prime note si viene investiti da un muro sonoro, esaltante se vogliamo ma un pò meno di saturazione sarebbe stato meno impattante ma sicuramente ne avrebbe giovato l'intellegibità. Quando cantano tutti è quattro poi davvero si impasta tutto! Però che coinvolgimento, Kavus Torabi fa il folletto impazzito muovendosi sul palco come un ossesso, scende tra il pubblico continuando a suonare come a voler portare il coinvolgimento a più alti regimi. E ci riesce! Il drumming di Cheb Nettles m'impressiona sempre: è un motore pulsante inarrestabile! non che stravolgano tanto i brani dall'ultimo Bright Spirit che mescolano a quelli dei dischi precedenti del nuovo corso ma va bene così. Arriva Steve ed inevitabilmente ci si tuffa nel repertorio anni '70 con un suono ancora più travolgente ancorchè "sporco". Indubbiamente lasciano tutti ampiamente soddisfatti. (voto 8)
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| Gong e Steve Hillage |
Epilogo e considerazioni finali
Il festival si è concluso e ci si trattiene in piazza per gli ultimi saluti. L'ora è tarda e l'indomani si rientra a casa presto, ma resta forte il desiderio di fermare il tempo per conservare l'atmosfera fantastica che ha pervaso questi giorni. I circa cinquecento posti a sedere non sono mai stati sold out: credo sia stata un'occasione persa per molti esponenti della comunità prog italiana, specialmente a fronte dell'eccezionale partecipazione di pubblico arrivato dall'estero. Sempre che di "comunità" si possa parlare: forse è più corretto dire che siamo tanti singoli appassionati con il piacere di condividere questa passione, alcuni attraverso realtà aggreganti come il Rotters' Club.
Un'organizzazione praticamente inappuntabile, una città accogliente e musicisti arrivati da ogni parte del mondo, dall'Indonesia al Sud America. Penso che solo una personalità come Leonardo potesse compiere una magia del genere, supportata — naturalmente — da persone e istituzioni illuminate e lungimiranti che hanno reso possibile tutto questo.
È stato un degno festeggiamento per il 25° anniversario della MoonJune, ma l'anno prossimo il festival potrebbe tornare e spostarsi un po' più a sud dell'Abruzzo.
Musica eclettica? Sì, ma questa è la musica Prog!
Geppo
(fotofonine dell'autore)
trentuno luglio duemilaventisei
Complimenti per questo bellissimo resoconto. Pur non avendo avuto la fortuna di partecipare al MoonJune Festival, leggendo il tuo articolo ho avuto la sensazione di respirarne l'atmosfera. Mi è piaciuto soprattutto il fatto che non ti sia limitato a recensire i concerti, ma abbia raccontato anche gli incontri, le conversazioni e quel clima di condivisione che sembra essere stato il vero valore aggiunto della manifestazione. Ho trovato molto interessante anche la riflessione iniziale sulla definizione di "musica eclettica". In fondo il rock progressivo, almeno nella sua accezione più autentica, è sempre stato questo: contaminazione, curiosità, libertà di linguaggio e assenza di confini stilistici. Se il termine "eclettico" serve a liberarsi dalle etichette più rigide che spesso vengono attribuite al prog, allora mi sembra una scelta davvero azzeccata. Alla fine del racconto emerge chiaramente come il festival sia stato molto più di una semplice successione di concerti: un'occasione d'incontro tra musicisti, appassionati e culture diverse. E credo che sia proprio questo lo spirito migliore della musica che amiamo. Grazie per averlo raccontato con tanta passione e con dovizia di particolari.
RispondiEliminaGrazie Nando per aver colto quanto ho tentato di trasferire: è sempre difficile spiegare e trovare le parole giuste per un racconto realistico. Desidero ribadirlo, questo festival ha creato un target, un riferimento per quanti ancora seguono un certo tipo di musica.
EliminaNando, non posso che confermare quanto ha scritto e ribadito Pino. Sono stati giorni davvero piacevolissimi, non solo per i concerti (tutti molto belli), ma anche per gli incontri con amici social, con i musicisti, con nuove conoscenze e grazie ad un'atmosfera veramente positiva che c'è stata per tutta la durata del festival. Organizzato, tra l'altro, con tanti appuntamenti così interessanti che non siamo riusciti a visitare un po' più attentamente la città...
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