(breviario sui nuovi ascolti inseriti nella sezione Gnosis)
Ognuno di noi sceglie e propone un album che verrà valutato in base al proprio metro di giudizio, con le relative motivazioni a giustificare il voto assegnato. Questo ci permette di ascoltare dischi distanti dalle nostre abitudini, arricchendo il confronto. Il tutto è accompagnato da un’immagine surreale e ironica, a volte volutamente dissacrante, che sottolinea lo spirito e il piacere di divertirsi insieme.
Proposto da Geppo: Gong - Bright spirit (2026)
PEPPE (8): Non si era affatto sbagliato Daevid Allen a individuare in Kavus Torabi la figura perfetta per portare avanti l’eredità del Pianeta Gong. Bright spirit va in perfetta continuità con i suoi predecessori, mostrando quella verve particolarissima di una sigla gloriosa, ma evidenziando anche in questa occasione la personalità nuova e forte della formazione corrente. Si guarda al passato, ma senza cercare alcun “effetto nostalgia”, tra sonorità space-rock, divagazioni esotiche, psichedelia moderna, passaggi ambient, cenni jazz-rock e quel giusto pizzico di follia tipico delle latitudini canterburiane. Il risultato è ancora una volta ampiamente positivo e cominciano ad essere non poche le testimonianze discografiche di quanto sia valido il lavoro che stanno facendo Torabi e compagni con la versione attuale dei Gong.
PROGMAN59 (8): Bright Spirit è un disco che non cerca di replicare i Gong storici, ma riesce comunque a mantenere vivo quello spirito libero, visionario e un po’ cosmico che ha sempre caratterizzato la band. L’atmosfera è uno degli elementi migliori del lavoro: psichedelia, jazz-rock e momenti più ambientali convivono con grande naturalezza, senza dare mai l’impressione di un’operazione nostalgica. Mi piace soprattutto quando il disco si lascia andare alle parti strumentali più fluide e dilatate, dove emerge davvero quel senso di viaggio tipico dei Gong. Non tutto ha lo stesso impatto e forse manca il vero episodio trascinante capace di elevarlo ancora di più, ma l’ascolto resta molto piacevole e soprattutto coerente dall’inizio alla fine. È un disco maturo, suonato con gusto e con una leggerezza che non diventa mai superficialità. Non lo considero tra i vertici assoluti della loro discografia, ma sicuramente uno dei lavori recenti più convincenti legati al nome Gong.
Proposto da Peppe: Tusmørke - Belderom (2026)
GEPPO (6): I Tusmørke sono figli degli anni 2000; hanno pubblicato molti dischi e già questa continuità dimostra il seguito di cui gode il gruppo, la cui formazione ruota principalmente intorno al bassista e polistrumentista “Benediktator”. Conosco il loro nome da tempo, ma qualche fugace ascolto passato non mi aveva mai spinto ad approfondire. Pertanto, in pieno spirito roundtable, ho dedicato diversi ascolti a questo nuovo lavoro: una proposta musicale che evoca il folk nordico, il rock progressivo brumoso tipico della Scandinavia e una certa dose di psichedelia.I brani scorrono via con una buona dose di personalità, ti trasportano all’interno di riti o feste pagane, spicca un flauto dalle sonorità ancestrali, inserito in un suono scuro e avvolgente che racconta storie di antiche tradizioni, senza risparmiare momenti più gioiosi. Poi c'è la suite: coinvolge e si fa ascoltare con piacere, soprattutto quando lascia spazio a un riff molto accattivante che, però, mi ricorda qualcosa che non sono ancora riuscito a identificare. Con questo dubbio, promuovo con benevolenza e magari recupero qualcosa del loro passato.
PEPPE (7): E’ soprattutto per la suite conclusiva Lidskjalv che Balderdom può essere considerato tra i migliori dischi dei Tusmorke. Si tratta di un rock sinfonico di qualità che si muove tra passato e presente, con molteplici riferimenti a esponenti importanti del prog scandinavo, tra Bo Hansson, Kebnekajse, Kaipa, Anglagard, Agusa, ma anche con un tocco personale che rende riconoscibile la band norvegese. I timbri delle tastiere vintage e del flauto, ampiamente utilizzato, sono elementi importanti in questa composizione ricca di cambi di tempo e di atmosfera. Gli altri brani, più brevi (tra i quattro e i sei minuti), meritano comunque considerazione grazie alle contaminazioni tra prog, atmosfere nordiche, folk-rock e psichedelia.
PROGMAN59 (6,5): Per me Balderdom conferma un po’ tutto quello che penso dei Tusmorke: una band con una personalità fortissima, riconoscibile dopo pochi minuti, ma che continuo a sentire più interessante sul piano dell’idea che realmente coinvolgente fino in fondo. L’atmosfera nordica e pagana è costruita molto bene, e il gruppo ha ormai un linguaggio tutto suo fatto di folk, psichedelia e prog retro. Alcuni passaggi hanno anche un certo fascino ipnotico, soprattutto quando lasciano respirare maggiormente gli arrangiamenti senza riempire troppo.Il problema, almeno per me, è che alla lunga il disco tende a muoversi sempre nello stesso clima. I brani scorrono piacevolmente, ma faccio fatica a trovare momenti che mi restino davvero impressi o che mi facciano venire voglia di tornarci spesso. Anche musicalmente ho la sensazione che la band si affidi molto alla propria estetica consolidata, senza aggiungere molto rispetto ad altri lavori precedenti. Tutto è suonato bene, con gusto, ma raramente percepisco quel guizzo capace di trasformare un buon disco in qualcosa di più. Resta comunque un ascolto dignitoso e coerente con il loro percorso, ma personalmente continuo a mantenermi su un apprezzamento moderato.
Proposto da Progman59: Code 18 - Two places (2026)
GEPPO (5): Gruppo del Québec (Canada) relativamente giovane costituito dal trio tastiere, chitarra e basso, a cui si aggiungono alcuni musicisti ospiti, è al suo secondo lavoro; il precedente risale a ben sei anni fa e credo sia passato piuttosto inosservato ma per l’occasione ho recuperato un ascolto. Questo album può sicuramente ritenersi migliore: i riff sono spesso accattivanti e si susseguono senza soluzione di continuità all’interno dei brani, creando un movimento e un’alternanza sonora che colpiscono dritto alla pancia dell'ascoltatore. In effetti, però, non c’è molto altro da evidenziare: non emerge nessuna spiccata personalità, i passaggi sono prevedibili e la struttura è quanto di più classico si possa immaginare. I musicisti sembrano decisi a navigare nelle acque sicure dei riferimenti più tradizionali (Oldfield, Camel, E.L.P. e tanti altri) a cui aggiungono elementi sonori aggiornati in una formula alquanto confusionaria. Sostanzialmente anonimi.
PEPPE (6): Non conoscevo i Code 18, che in questo disco mostrano una solida base di rock sinfonico, ma con un sound moderno, a tratti tecnologico e che si snoda attraverso elementi di rock romantico e new-prog, senza disdegnare passaggi più robusti e qualche divagazione jazz-rock. L’impressione, tuttavia, è che il disco sia qualitativamente molto altalenante. A brani ben costruiti si alternano pezzi più confusionari nei quali i musicisti sembrano sforzarsi per cercare un effetto sorpresa senza riuscire nell’intento. Facendo una media tra questi alti e bassi, Two places la sufficienza la strappa senza troppe difficoltà, ma a me sembra più che altro che siamo di fronte ad un’occasione sprecata. L’album è troppo dispersivo e le buone idee, che non mancano (soprattutto nei momenti più maestosi), emergono solo a tratti. Magari le svilupperanno meglio in futuro per un salto di qualità definitivo?
PROGMAN59 (7,5): Con Two Places i Code 18 mostrano chiaramente una crescita rispetto al debutto, soprattutto nella capacità di gestire una musica ricca di influenze senza perdere troppo la propria identità. Il disco attraversa territori diversi, prog sinfonico, jazz-rock, elettronica, momenti più cinematici e altri decisamente più energici, mantenendo comunque una buona coerenza di fondo. Quello che apprezzo maggiormente è l’ambizione del progetto: la band prova continuamente a costruire atmosfere, cambi di tensione e soluzioni meno prevedibili, evitando la semplice riproposizione di modelli neo-prog più convenzionali. Anche il lavoro delle tastiere e degli arrangiamenti contribuisce a dare profondità e varietà all’ascolto. A tratti, però, la quantità di idee rischia di appesantire un po’ il flusso del disco, e non tutto mantiene lo stesso livello di incisività. Ho la sensazione che in alcuni momenti il gruppo voglia mettere molta carne al fuoco, sacrificando leggermente l’immediatezza. Resta comunque un lavoro molto valido, maturo e suonato con grande competenza, che conferma i Code 18 come una realtà decisamente interessante nel panorama prog contemporaneo.
(come la deviazione standard unisce o divide)
Album datati tratti dalla pagina Rotters’Gnosis: una selezione di ascolti votati che abbiamo il piacere di condividere con un breve commento relativo alle nostre valutazioni.
Deus ex machina - De republica (1995) - dev. standard = 0
PROGMAN59 (9): De Republica per me rappresenta il momento più alto raggiunto dai Deus Ex Machina. È un disco complesso, difficile da incasellare, che riesce a fondere progressive, jazz, rock da camera e suggestioni folk in un linguaggio estremamente personale. Quello che continuo ad apprezzare è l’equilibrio tra tecnica e tensione espressiva. La band ha una qualità strumentale impressionante, ma non la usa mai come semplice esibizione: tutto contribuisce a creare un flusso continuo, inquieto, teatrale, spesso quasi ipnotico. Gli intrecci tra tastiere, violino e chitarra sono straordinari, sostenuti da una sezione ritmica potentissima e imprevedibile. La voce di Alberto Piras è probabilmente l’elemento che rende il disco davvero. unico: intensa, drammatica, capace di trasformare certi passaggi in qualcosa di quasi rituale. È un album ostico, che richiede attenzione e disponibilità ad entrarci dentro, ma proprio per questo riesce ad aprire orizzonti musicali poco comuni. Non sempre immediato, ma assolutamente fuori dall’ordinario.
Flairck - Variaties op een dame (1978) - dev. standard 0,94
GEPPO (8): Il disco d'esordio di questa formazione olandese, composta da musicisti virtuosi di estrazione classica, l’ho scoperto dopo molti anni dalla sua uscita e acquistato su LP data la grande considerazione. Flauto, violino e due chitarre rimescolano le carte del classico quartetto da camera. L’attitudine rock-progressiva è blanda e si trovano pochi riferimenti in quest’ambito; tuttavia, la loro miscela di elementi classici e arie folkeggianti di origine europea conferisce al lavoro una certa originalità. Pregi e difetti del disco risiedono proprio nella sua rigida costruzione accademica, tesa a privilegiare il virtuosismo e sfruttare appieno la musica classica. Emblematica in tal senso è la suite omonima: densa di cambi di tempo, intrecci sonori e interventi solisti, soffre però di una frammentazione che la rende più vicina a un patchwork sonoro che a una partitura narrativa coerente. In conclusione, più ensemble di eccellenti esecutori che di ispirati ed innovatori compositori ma disco importante per capire quanto labili siano i confini della musica rock-progressiva.
PEPPE (10): I Flairck sono uno dei nomi fondamentali della scena olandese. Ma nei primi anni della loro carriera hanno mostrato una verve e una personalità tali che restringerli come gruppo importante solo per il proprio paese è decisamente limitante e semplicistico. Variaties op een dame è un debutto col botto. Si presentano come quartetto acustico, con chitarre, flauti e archi e propongono una riuscita miscela di musica classica, folk e prog. E, pur con questa strumentazione particolare, evidenziano la loro capacità di creare dinamiche brillanti che permettono di alternare momenti riflessivi, atmosfere pastorali/malinconiche e improvvise accelerazioni molto vivaci. La lunga suite che dà il titolo all’album può essere vista come il loro manifesto programmatico e raccoglie bene le caratteristiche della loro proposta. Al primo ascolto, ormai tanti anni fa, per me fu amore immediato; a distanza di tanto tempo non cambio idea e continuo a considerarlo un album ispirato e perfetto.
PROGMAN59 (10): Questo per me è uno di quei dischi raffinati e ricercati che però continuano sempre a coinvolgermi emotivamente. Variaties op een dame ha un’eleganza naturale che emerge in ogni passaggio, ma quello che continuo ad amare davvero è la capacità dei Flairck di creare movimento e tensione usando quasi esclusivamente strumenti acustici. L’intreccio tra chitarre, violino, flauti e percussioni è semplicemente straordinario: tutto sembra fluire con leggerezza, ma dietro c’è una precisione compositiva enorme. Il disco alterna momenti più delicati ad altri più vivaci senza mai perdere equilibrio. Quello che mi colpisce ogni volta è il senso di libertà che trasmette. Pur muovendosi tra folk, classica e progressive, non dà mai l’impressione di voler dimostrare qualcosa. È musica che respira, che scorre in modo naturale e che riesce a coinvolgermi dall’inizio alla fine senza un vero punto debole. Per me resta un piccolo capolavoro di sensibilità, gusto e intelligenza musicale.
16 giugno 2026



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