GnosisRoundTable # 11
(breviario sui nuovi ascolti inseriti nella sezione Gnosis)
Ognuno di noi sceglie e propone un album che verrà valutato in base al proprio metro di giudizio, con le relative motivazioni a giustificare il voto assegnato. Questo ci permette di ascoltare dischi distanti dalle nostre abitudini, arricchendo il confronto. Il tutto è accompagnato da un’immagine surreale e ironica, a volte volutamente dissacrante, che sottolinea lo spirito e il piacere di divertirsi insieme.
Proposto da Geppo: Tom Penaguin - Beginnings (2025)
GEPPO (4): Presentato dall’autore come una raccolta di composizioni tratte dal proprio archivio, il disco nasce dalla consapevolezza del polistrumentista di non voler rimettere mano a quel materiale. Un presupposto che, se da una parte incuriosisce, dall’altra inquieta. Mi accosto all'ascolto conoscendo il suo amore per la cosiddetta scuola di Canterbury (gli Egg in particolare), così come sono rivelatori i titoli dei brani, interamente suonati da Tom, che si destreggia con passione su ogni strumento. Tuttavia, che noia: la sostanza è poca o nulla. Il lavoro appare come l'ennesimo riepilogo di schemi, passaggi e riff già sentiti infinite volte negli album storici originali. Raramente fa capolino un sussulto capace di risollevare un ascolto reso, tra l'altro, ostico da un mix approssimativo e da suoni spesso artificiosi. Ma era proprio necessaria questa pubblicazione? Direi di no!
PEPPE (5,5): Trattandosi di brani registrati in maniera amatoriale prima dell’interessante omonimo disco d’esordio del 2024, si nota, all’ascolto, un prodotto più grezzo rispetto a quest’ultimo. Si avverte già la strada che Penaguin prenderà in futuro, visto che c’è la scelta consapevole di riproporre schemi e suoni della scena canterburiana, con influenze principali Egg, Hatfield and the North e National Health. Interamente strumentale e interamente eseguito dall’autore, capace di destreggiarsi con un bel po’ di strumenti, Beginnings, tra alti e bassi, mostra la passione che c’è di base e che sfocerà nel debutto citato, ma soffre anche di un’approssimazione che fa capire l’origine non professionale del lavoro.
PROGMAN59 (5): Su Beginnings di Tom Penaguin resto piuttosto freddo: capisco il valore “storico” dell’operazione, ma all’ascolto emerge più un quaderno di appunti che un vero disco. L’amore per la scena di Canterbury - Egg, Hatfield and the North, National Health - è evidente, ma si traduce spesso in maniera derivativa, senza quel guizzo capace di rendere vivo il materiale. La natura amatoriale pesa, soprattutto nei suoni e nel mix, e alla lunga l’ascolto diventa più faticoso che stimolante.
Proposto da Peppe: Banco del Mutuo Soccorso - Storie invisibili (2025)
ACCORDI/DISACCORDI
(come la deviazione standard unisce o divide)
Album datati tratti dalla pagina Rotters’Gnosis: una selezione di ascolti votati che abbiamo il piacere di condividere con un breve commento relativo alle nostre valutazioni.
P.F.M - Come ti va in riva alla città (1981) - dev. standard = 0
PEPPE (5): Dopo Suonare suonare la PFM si addentra ancora di più negli anni ‘80. Il sound si fa più secco, i brani ancora più diretti e si avverte il peso dell’assenza di Premoli. Qualche spunto interessante qua e là emerge, perché si parla comunque di un grandissimo gruppo che quando si lancia in soluzioni strumentali dà sempre una bella scossa. Qualche motivetto rimane nella testa come capita per le canzoni più commerciali. Analizzando il disco per intero, tuttavia, non si può negare che questo “rock metropolitano”, per quanto ben eseguito, non regge neanche lontanamente il confronto con il rock progressivo che ha reso celebre la band nel decennio precedente.
PROGMAN59 (5): Come ti va in riva alla città della Premiata Forneria Marconi per me è sempre stato un ascolto un po’ spiazzante. Non tanto perché sia un brutto disco, non lo è, ma perché sembra appartenere a un’altra storia rispetto a quella che ho amato. L’ho riascoltato cercando di liberarmi dal peso del passato, ma resta quella sensazione di “scala ridotta”, di ambizione contenuta. Anche quando affiorano momenti più curati, mi pare che manchi il respiro, quella capacità di portarti altrove. È un lavoro che scorre, a tratti anche piacevole, ma che difficilmente mi viene voglia di riprendere. E questo, per una band così importante nella mia formazione, pesa più di un giudizio numerico.
E.L.&P. - In the hot seat (1994) - dev. standard 0,47
GEPPO (4): Purtroppo, nel 1994, decisero di pubblicare questo album di dieci brevi canzoni, tra cui una cover di Bob Dylan riarrangiata. “Perché?”, viene subito da chiedersi. Muovendosi tra pop-rock, AOR con brani leggeri, il trio si avvalse del supporto di vari vocalist, programmatori di tastiere e drum machine per confezionare quello che diventerà il proprio (brutto) canto del cigno. Sono dettagli che aggiungono ulteriore disagio a un ascolto già di per sé imbarazzante. Ma qual era l'intento della nobile sigla, in un momento in cui i tre musicisti affrontavano anche vari problemi legati al proprio declino fisico? È facile ipotizzare il rispetto di obblighi contrattuali verso la casa discografica e un produttore che sperava in un successo radiofonico. Un lavoro davvero mortificante per il trio più amato del prog; pilastri che hanno definito un'epoca d’oro fatta di creatività, perizia strumentale e quel pizzico di follia megalomane che risultava, tutto sommato, simpatica. Un disco da evitare, se non ci si vuole abbacchiare…ma questo lo sapete già.
PEPPE (3): Amo ELP. Sono una delle “cause” più importanti che hanno generato la mia passione per il prog. Amo anche i loro eccessi e certi elementi kitsch che li hanno caratterizzati. Ma questo disco resta una delle più grandi delusioni della mia passione verso il genere. Brutti brani, brutti suoni, brutte melodie, la ricerca di una maggiore immediatezza che nemmeno viene raggiunta… Il precedente Black Moon, che aveva segnato il loro ritorno sulle scene, pur “semplice” rispetto agli album storici, conteneva diverse intuizioni e canzoni interessanti. In In the hot seat, invece, non funziona nulla, nemmeno la bonus track con un freddo rifacimento di Pictures at an exhibition in versione più breve. Tutt’oggi resta per me un mistero come questi musicisti straordinari abbiano partorito un lavoro del genere, che se non altro riesce a far capire che Love beach tutto sommato non era proprio da buttare…
PROGMAN59 (4): In the Hot Seat degli Emerson, Lake & Palmer invece mi lascia proprio un senso di disagio. Non è solo una questione di qualità dei brani, è qualcosa di più profondo: è come assistere a un lento spegnersi. Io con Keith Emerson, Greg Lake e Carl Palmer ho vissuto emozioni enormi, e qui faccio fatica a ritrovarli. L’ascolto mi sembra freddo, distante, quasi costruito senza convinzione. Non mi arrabbio nemmeno più di tanto, ed è forse questo il segnale peggiore: più che delusione, provo una malinconia sottile, come quando si capisce che un certo tempo è finito per sempre.
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