L'UOMO
"Ho sempre pensato che ci potessero essere due approcci alla musica: attraverso la matematica ed attraverso l'istinto". Mi piace partire da questa frase, carpita dalla bibbia di Armando Gallo ("I Know What I Like"), per iniziare un excursus su
una personalità difficile del mondo del rock. Difficile non per il
carattere spregiudicato, per l'insolenza, per il protagonismo,
l'anticonformismo. Difficile proprio perché contraria a tutto questo e,
dunque, maledettamente complicata da etichettare.
Tony Banks, nato il 27 marzo 1950, è l'anti divo per antonomasia.
Una rock star che non ha mai cambiato compagna, che non si ricorda
implicata in scandali sessuali, che non si droga ("in tour io portavo la droga e lui i panini da pic-nic",
ricorda Peter Hammill), che da 30 anni porta sempre lo stesso taglio di
capelli, che, se può, evita di mettere il proprio nome sui suoi dischi.
In una parola, un ordinary man. Cosa abbia spinto una persona
così schiva ad intraprendere la carri
era di musicista rimane un mistero. Di lui si ricordano pochissime interviste, ancor meno sorrisi e quella naturale propensione a starsene in un angolo sopraffatto dai Peter Gabriel e Phil Collins di turno. Eppure chi immagina un uomo remissivo ed un musicista poco fantasioso sbaglia di grosso. Mister Banks è infatti stato per anni il leader dietro le quinte dei Genesis, l'uomo spogliatoio sulle spalle del quale sono state trascinate le sorti musicali della band, nella buona e nella cattiva sorte (leggasi "scelte"). Quanti ancora oggi rimproverano al solo Phil Collins la sterzata pop che ha caratterizzato i Genesis dal 1980 in poi, dimenticano che proprio a partire da quella data la discografia solista di Tony ha intrapreso la stessa identica strada, ignorano che gli episodi più bassi degli "eravamo rimasti in tre" ("Abacab") coincidono con le peggiori cadute di stile del tastierista nei suoi solo albums ("The Fugitive"), scordano che perfino la maturità artistica raggiunta negli ultimi dischi con i Genesis ("We Can't Dance") trova riscontro in album come "Still" e "Strictly Inc.".
era di musicista rimane un mistero. Di lui si ricordano pochissime interviste, ancor meno sorrisi e quella naturale propensione a starsene in un angolo sopraffatto dai Peter Gabriel e Phil Collins di turno. Eppure chi immagina un uomo remissivo ed un musicista poco fantasioso sbaglia di grosso. Mister Banks è infatti stato per anni il leader dietro le quinte dei Genesis, l'uomo spogliatoio sulle spalle del quale sono state trascinate le sorti musicali della band, nella buona e nella cattiva sorte (leggasi "scelte"). Quanti ancora oggi rimproverano al solo Phil Collins la sterzata pop che ha caratterizzato i Genesis dal 1980 in poi, dimenticano che proprio a partire da quella data la discografia solista di Tony ha intrapreso la stessa identica strada, ignorano che gli episodi più bassi degli "eravamo rimasti in tre" ("Abacab") coincidono con le peggiori cadute di stile del tastierista nei suoi solo albums ("The Fugitive"), scordano che perfino la maturità artistica raggiunta negli ultimi dischi con i Genesis ("We Can't Dance") trova riscontro in album come "Still" e "Strictly Inc.".
Con questo voglio dire che, molto probabilmente, alle spalle di ogni
decisione presa dai Genesis c'è stato lo zampino di mister Banks, il
quale, non a caso, è stato anche il principale responsabile dell'addio
alle scene (temporaneo?) della band dopo il tutt'altro che deprecabile
"Calling All Stations".
I PRIMI GENESIS
Quale sia stato l'apporto di Tony Banks nei Genesis vecchi, nuovi e
nuovissimi è cosa nota a tutti gli amanti del gruppo. Sempre all'ombra
del vocalist di turno, Tony non solo ha contribuito in prima persona
alla costruzione del tappeto musicale sul quale si poggiano gli album
della band, ma è anche riuscito spesso a far prevalere le sue idee su
quelle altrui.
Nato, come lui ama ricordare, come compositore, privo di un buon timbro
vocale (suo antico cruccio), Tony inizia sin da piccolo i suoi studi al
pianoforte, strumento che imparerà ben presto ad amare e padroneggiare.
Unendo i classici imparati a scuola di piano (Rachmaninov su tutti) alle
atmosfere del Brit-pop appena nascente, diventa precursore, insieme a
pochi altri, di uno stile di suonare del tutto innovativo, che associato
alle potenzialità di una grande band, diventa ben presto leggenda.
Organo, pianoforte, mellotron, chitarre, armonie vocali sono le parti
che toccano al giovane Tony nei primi ingenui episodi della saga
Genesis. Un primissimo assaggio delle sue potenzialità lo offre in
"Stagnation" da "Trespass" ma è su "Nursery Crime" che emerge il talento
del ragazzo dell'East Hoathly: lo sconvolgente assolo su "The Musical
Box", l'ossessiva "The Return of the Giant Hogweed" e l'ipnotica
"Fountain of Salmacis" sono tre gemme che esaltano le capapcità di Tony,
spalleggiato finalmente da un batterista all'altezza della situazione,
Phil Collins.
Amicone di Peter Gabriel fin dai tempi della scuola, Banks fatica
inizialmente a legare con gli altri, soprattutto con l'oscuro Steve
Hackett dei primi tempi. Proverbiali sono le sfuriate con i compagni per
un accordo sbagliato durante un concerto o per imporre la propria
versione di un pezzo. Nonostante questi "incidenti" di percorso, il livello compositivo di
Tony cresce eccezionalmente di pari passo con quello della band (o è la
band a crescere di pari passo con Tony?) negli album successivi. Da
brividi l'intro di "Watcher of The Skies", spettacolare l'intermezzo
strumentale di "Dancing With The Moonlight Knight", per non parlare del
pianoforte classico su "Firth of Fifth".
C'è nella produzione Genesis dell'era Gabriel ampio spazio per le
partiture complesse di Tony, che possono espandersi in composizione
epiche nei brani della durata superiore ai 6 minuti ("After the Ordeal",
"Cinema Show") ma anche concentrarsi in brevi ma suggestivi episodi
("Cuckoo Cocoon", "Hairless Heart"). E dopo la dipartita di Peter,
Banks, determinato ad andare avanti, assume insieme a Rutherford il
ruolo di leader compositivo di un gruppo dove Phil Collins è impegnato a
farsi carico del fardello vocale e Steve Hackett rimane sempre il
grande incompreso. Il risultato sono i due splendidi dischi del dopo
Gabriel: "A Trick Of The Tail", dove il piano di Tony si erge a
protagonista più volte. Come non citare in questa sede la malinconica
"Mad Man Moon", sbalorditiva anche nella versione per solo piano che
pochi fortunati bootlegari possiedono, o l'assolo da brividi di
"Ripples". "Wind & Wuthering" con una composizione di valore
assoluto: quella "One For The Vine" spesso sottovalutata nella
discografia Genesisiana e che rappresenta un manifesto delle capacità di
Tony.
Con quest'ultimo disco si chiude indubbiamente un'epoca e, a quanti amano il prog dei Genesis, non resterà che accontentarsi dei ricordi o delle rare chicche che la discografia successiva saprà con parsimonia regalare.
Con quest'ultimo disco si chiude indubbiamente un'epoca e, a quanti amano il prog dei Genesis, non resterà che accontentarsi dei ricordi o delle rare chicche che la discografia successiva saprà con parsimonia regalare.
A CURIOUS FEELING
Anno di grazia 1979: i Genesis hanno avuto uno straordinario riscontro
in termini di pubblico da quando Phil Collins ha assunto la veste di
cantante e, soprattutto, da quando i brani epocali hanno lasciato il
posto a composizioni più leggere, orecchiabili, talvolta banali, altre
meno.
Ciò nonostante sono ad un bivio: il matrimonio di Phil è in crisi e, con
esso, anche il simpatico batterista, determinato a risolvere i problemi
familiari prima di rimettersi al lavoro.
Matura così, quasi involontariamente, lo spazio per la realizzazione
di
progetti solisti per Mike Rutherford e Tony Banks. Quest'ultimo ha da
tempo nel cassetto frammenti di composizioni inutilizzate ed in testa
l'idea per un concept album basato su un uomo che perde la memoria.
Nasce quindi il primo lavoro solista di Tony, "A Curious Feeling", un
autentico capolavoro in cui il tastierista si cimenta su tutti gli
strumenti ad eccezione delle percussioni, affidate al fido Chester
Thompson. Opportunamente, Tony decide di affidare le parti vocali al
bravo Kim Beacon, concentrandosi sulle parti strumentali, che risultano
particolarmente elaborate e cariche di quel mood degli anni '70
proprio dei primi Genesis. Per l'ultima volta in un disco di Tony
(colonne sonore a parte) si assiste all'uso massiccio del pianoforte,
strumento incredibilmente quasi messo da parte nei lavori successivi. E
che razza di pianista sia Tony lo si vede dai numerosi brani di questo
album dove il suo estro, privo degli argini che i compagni dei Genesis
gli ponevano, straripa: "From The Undertow", "After The Lie", "Forever
Morning" (imperdibile!), "You", "The Waters Of Lethe" (doveva essere il
titolo dell'album - troppo complicato, obiettò Tony).
I GENESIS OLTRE IL PROG
Molti dei lettori di questo sito probabilmente hanno una naturale
idiosincrasia verso quest'epoca.
Non spetta a me giudicare i gusti di ciascuno. Ciò che più mi preme, a
questo punto, è esplorare la rimanente discografia di Tony Banks alla
ricerca di ciò che un amante del prog può apprezzare comunque e che
probabilmente non ha mai ascoltato.
Come tutti sanno, l'addio di Steve Hackett ha segnato i Genesis ancor
più di quanto accadde con l'abbandono di Gabriel. Il percorso musicale
di Hackett, emerso dalla sua carriera solista, era quanto di più
distante si potesse immaginare a quel punto dai desideri dei rimanenti
tre, che, dunque, accolsero di buon grado la dipartita del virtuoso
chitarrista, sfruttando la circostanza per svoltare (quasi)
definitivamente con il passato. "And Then There Were Three", l'album del
dopo Hackett è fatto di brani che a stento raggiungono i cinque minuti.
Il talento "commerciale" di Phil Collins inizia chiaramente a
manifestarsi, la vena che Rutherford porterà poi nei Mechanics appare
qui per la prima volta. Scompaiono le atmosfere sognanti e poetiche che
avevano contraddistinto la prima parte della carriera del gruppo. Ad
uscirne maggiormente sacrificato è proprio Tony, che non trova posto a
sufficienza per i suoi memorabili assolo. Eppure, anche in questo album
di transizione, Banks riesce a ritagliarsi degli spazi da gran maestro.
Sue sono infatti le tre composizioni più suggestive del disco:
"Undertow", "Burning Rope" e "Many Too Many". Vena malinconica e
tastiere in grande evidenza, stessi ingredienti alla base anche dei due
brani firmati Banks in "Duke", fortunato successore di "There Were
Three". Stavolta i pezzi da ricordare si chiamano "Heathaze" e
"Cul-De-Sac". Ma "Duke" è anche l'album dove i Genesis sperimentano
nuove sonorità progressive, troppo frettolosamente abbandonate. Dunque,
il contributo di Tony è notevole anche in altri pezzi: ipnotico in
"Duchess" (una delle mie preferite - osserva lui) e trascinante in "Duke's Travel" (una delle mie preferite - osservo io).
E venne l'era Vertigo, dal nome dell'etichetta che distribuiva in Europa
i dischi del gruppo, tristemente nota anche ai fans più incalliti per
gli episodi meno convincenti mai registrati dai Genesis. In album come
"Abacab" e "Genesis" persino un talento come Tony Banks affonda
inesorabilmente ed ancora oggi non si capisce come cotanta abilità di
musicista possa essere stata mortificata in pezzi tanto poveri. Se
proprio si vuole salvare qualcosa di Banks in questi due dischi,
possiamo citare le parti strumentali di "Abacab" e "Second Home By The
Sea", che dimostarno come le improvvisazioni dei tre possono dare sempre
risultati di rilievo. Appartengono a questo periodo (1981-1983) anche i
brani inediti apparsi sul quarto lato di "Three Sides Live", tra cui
segnaliamo la composizione di Tony "Evidence of Autunm", probabilmente
la migliore del lotto.
Il successo planetario era ormai di là da venire ed "Invisible Touch"
(1986), l'album più discusso dell'epoca Genesis, superò ogni precedente
record di vendite. Inutile cercare sprazzi dei vecchi Genesis (fosse
stato per me, avrei cambiato il nome del gruppo, e dire che a me piace
quel disco!), inutile cercare tracce del pianoforte di Tony. Qualche
piccola emozione in "Tonight, Tonight, Tonight", un passaggio di
tastiere molto bello in "In Too Deep" e la scarica elettrica di "The
Brazilian". Null'altro, se non le drum machines di Phil Collins
Ben altra cosa lo spessore di un disco come "We Can't Dance" (1991) dove
timidamente si riaffacciano brani superiori ai 10 minuti ed atmosfere
d'altri tempi (insieme comunque alle cose più sfacciatamente
commerciali). Così Tony, pur rimanendo in sottofondo per gran parte del
disco, dà il suo contributo più importante in "Driving The Last Spike",
brano toccante dedicato agli operai morti per la costruzione della
ferrovia inglese, e, soprattutto, in "Fading Lights", unanimemente
riconosciuto come perla del disco. Un pezzo che è riuscito nell'impresa
di mettere d'accordo fan della prima e dell'ultima ora, un ritorno
maestoso al prog che vede giganteggiare mister Banks, come non faceva da
anni. Al termine dell'ascolto, più che il piacere prevale la rabbia:
perché il talento di questo signore deve essere così centellinato? Sarà
mica mister dollaro Phil Collins ad imporlo?
La risposta non tarda ad arrivare. Basta attendere che il buon Phil,
preso da divorzi, matrimoni, cartoni animati e big bands, decida di
gettare la spugna e che proprio Tony e Mike si assumano l'onere di
ricominciare per la quarta volta. Con un vocalist imberbe e quasi alla
prima esperienza, con un Rutherford che è sempre stato un rifinitore,
più o meno tutti si aspettano il ritorno preponderante delle tastiere di
Tony. Invece "Calling All Stations" vede Banks impegnato in un lavoro
di assoluta routine, che emerge appena in due circostanze: la struggente
"Uncertain Weather" ed il mini assolo di "There Must Be Some Other
Way". Troppo poco, sir...
GLI ALTRI ALBUM DA SOLISTA
La discografia solista di Tony Banks, ad eccezione forse del primo
album, non è molto nota. Gli album da lui pubblicati hanno venduto
pochissime copie, nonostante il tentativo di coinvolgere vari colleghi,
noti e meno noti.
Qualcuno,
a questo punto, starà pensando che i dischi di Tony abbiano venduto
poco perché realizzati da un'artista che, senza scendere a compromessi,
li ha infarciti dello strumento che meglio sa suonare, il pianoforte.
Nulla di più falso. Da "The Fugitive" in poi, c'è stata una sfrenata ed
immotivata rincorsa al successo pop (gelosia di Phil Collins?) che ha
prodotto per lo più album mediocri, per giunta ben lontani dallo
standard compositivo dell'autore, con qualche buon pezzo (uno in
particolare, "An Island In The Darkness", bellissimo) disseminato qua e
là.
Ma andiamo con ordine: avevamo lasciato il tastierista alle prese con il
suo primo lavoro solista nel 1979. Dovranno passare altri 4 anni
affinché vengano alla luce nuovi lavori firmati Tony Banks. Nell'aprile
1983 viene pubblicata la colonna sonora del film "The Wicked Lady".
Questo disco rappresenta ancora oggi un'autentica rarità, in quanto,
unico caso nella sconfinata discografia Genesis (insieme ad "Acting Very
Strange" di Rutherford), non ne esiste una versione in CD. La facciata
A, quella che in questa sede a noi interessa (il lato B ne è una
trasposizione orchestrale), ha degli ottimi spunti, con le tastiere di
Tony che disegnano delle interessanti melodie. L'atmosfera è ancora
quella magica di "A Curious Feeling", anche se il livello compositivo è
di qualche spanna inferiore. In ogni caso, è evidente che si tratta di
pezzi partoriti qualche anno prima (nulla a che vedere con il coetaneo
"Genesis"), probabilmente scarti del primo lavoro solista. Il limite
principale è che, trattandosi di musica per film, spesso il brano non
viene sviluppato a dovere. Ed in effetti i pezzi sul disco durano in
media 3 minuti ciascuno. Citazione per "Spring" e "The Chase".
Due mesi dopo "The Wicked Lady", appare sul mercato
"The Fugitive". L'album è ritenuto unanimemente il peggiore di Mister
Banks ed uno dei più brutti di tutta la famiglia Genesis.
Prima
di capire i motivi di tali drastici giudizi, un riferimento cronologico
può attribuire un piccolo alibi a Tony:
"The Fugitive" (già dal titolo si evince che trattasi di un lavoro non proprio "limato") si pone a cavallo tra due tour mondiali dei Genesis ("Abacab tour" e "Mama tour") e a ridosso della pubblicazione di "Genesis". Insomma, un'opera compiuta frettolosamente. E non si spiegherebbe altrimenti, se non con la fretta di far uscire l'album, la scellerata scelta di far cantare i brani nientepopodimeno che a... Tony Banks, voce pessima che fatica a raggiungere le tonalità più alte e dà sempre l'impressione di ascoltare quei cantanti da strapazzo dei Karaoke. Evidentemente le critiche piovute addosso al buon Tony lo portarono ad un ravvedimento, se è vero che nei dischi successivi gli interventi canori del tastierista saranno ridotti al lumicino. Ma, a parte la voce, il disco è quanto di più distante ci si possa immaginare da "A Curious Feeling", naturalmente in peggio: scadenti ballate pop ("And The Wheels Keep Turning"), strumentali infarciti di elettronica ("Thirty Three's" e "Charm"), pezzi rock di serie B ("At The Edge Of The Night"), dove anche il contributo di due ottimi musicisti come Daryl Stuermer e Mo Foster è praticamente irrilevante. Un amante del prog non vi troverà nulla di interessante, un ascoltatore neutrale lo giudicherebbe appena mediocre, un fan sfegatato dei Genesis potrebbe salvare appena "This Is Love", "Man Of Spell" e "Say You'll Never Leave Me". La versione in CD ha due bonus tracks ("K2" e "Sometime Never") che Tony avrebbe fatto bene a lasciare nei suoi polverosi archivi.
"The Fugitive" (già dal titolo si evince che trattasi di un lavoro non proprio "limato") si pone a cavallo tra due tour mondiali dei Genesis ("Abacab tour" e "Mama tour") e a ridosso della pubblicazione di "Genesis". Insomma, un'opera compiuta frettolosamente. E non si spiegherebbe altrimenti, se non con la fretta di far uscire l'album, la scellerata scelta di far cantare i brani nientepopodimeno che a... Tony Banks, voce pessima che fatica a raggiungere le tonalità più alte e dà sempre l'impressione di ascoltare quei cantanti da strapazzo dei Karaoke. Evidentemente le critiche piovute addosso al buon Tony lo portarono ad un ravvedimento, se è vero che nei dischi successivi gli interventi canori del tastierista saranno ridotti al lumicino. Ma, a parte la voce, il disco è quanto di più distante ci si possa immaginare da "A Curious Feeling", naturalmente in peggio: scadenti ballate pop ("And The Wheels Keep Turning"), strumentali infarciti di elettronica ("Thirty Three's" e "Charm"), pezzi rock di serie B ("At The Edge Of The Night"), dove anche il contributo di due ottimi musicisti come Daryl Stuermer e Mo Foster è praticamente irrilevante. Un amante del prog non vi troverà nulla di interessante, un ascoltatore neutrale lo giudicherebbe appena mediocre, un fan sfegatato dei Genesis potrebbe salvare appena "This Is Love", "Man Of Spell" e "Say You'll Never Leave Me". La versione in CD ha due bonus tracks ("K2" e "Sometime Never") che Tony avrebbe fatto bene a lasciare nei suoi polverosi archivi.
Si può tranquillamente considerare "The Fugitive" il punto più basso
della carriera solista di Tony Banks. Cosicché il lavoro successivo non
può che essere migliore.
"Soundtracks"
(1986), come si evince dal titolo, è la raccolta di due colonne sonore
scritte per films di scarsissimo successo (maledizione commerciale che
sembra accompagnare ogni iniziativa di Tony al di fuori dei Genesis):
"Quicksilver" e "Lorca And The Outlaws". Parlare di organcità dell'album
è praticamente impossibile: i sei brani (3 per film) sono episodi a sé
stanti da analizzare singolarmente. Il primo brano tratto da
"Quicksilver" non è niente di eccezionale; si fregia, però, della
partecipazione vocale di Fish e la voce dell'ex frontman dei
Marillion
è sempre particolare, soprattutto se confrontata con quella di Tony.
Molto bella, anche in chiave progressive, è "Smilin' Jack Casey", molto
simile in certi punti a "Second Home By The Sea", con le tastiere di
Tony finalmente in evidenza. Mentre la suite conclusiva è un compendio
poco riuscito dei due brani che la precedono. "Lorca" si apre con "You
Call This Victory", pezzo che, ascoltando le primissime note, sembra
promettere sfraceli e che invece è abbastanza deludente. Più
interessante è "Lion Of Symmetry", se non altro per il ripetitivo motivo
di tastiera che regge l'intero brano, anche se l'intermezzo appare
troppo lungo e noioso. Ma la parte più bella di questa colonna sonora è
la suite finale del "tordo" (Redwing Suite). 5 i movimenti presenti:
"Redwing", introduttivo e di grande atmosfera, "Lorca" pensato per scene
d'azione, ancora suspense con "Kid And Detective Droid" e "Lift Off" e
breve finale con "Death Of Abby".
Un album dal successo planetario, quale è stato "Invisible Touch", non
poteva non lasciare il segno in un artista ancora in cerca della propria
identità da solista. Perciò, il passo successivo di Tony è stato naturalmente rivolto alla
ricerca dell'affermazione commerciale e del compromesso artistico.
Matura così la decisione di firmare il disco a nome di una fantomatica band, "Bankstatement" (Mike Rutherford and Mechanichs docet),
di chiamare una voce maschile (Alistair Gordon) ed una femminile
(Jayney Klimek), che spesso si sovrappongono, di seguire con decisione la strada del pop. Bankstatement (1989), come risultato, è inascoltabile
nei pezzi in cui più spudoratamente Tony scimmiotta la pop-music
("Throwback", "Raincloud", "A House Need A Roof"), mentre sale
inevitabilmente di registro quando il nostro usa le tastiere da par suo
(il piano è ormai un lontano ricordo), regalando qualche breve ma
intensa emozione ("I'll Be Waiting", "The Border" e "The More I Hide
It"). Discorso a parte meritano tre brani: "Queen Of Darkness" è la
versione cantata di "Lorca", di gran lunga inferiore a quest'ultima.
"Big Man" vede Tony cimentarsi ancora una volta e con notevole faccia
tosta al canto, con risultati, come al solito, disastrosi (e non finisce
qui...). L'inizio del pezzo potrebbe far trasalire qualche vecchio fan
dei Genesis perché ricorda vagamente l'apertura di Foxtrot, ma per il
resto il brano è tutto da dimenticare. "Thursday The Twelfth" è uno
strumentale interessante, se non altro perché Banks si libera
dall'assillo di dover sfornare il successo pop e tira fuori qualcosa di
musicalmente più elaborato. Si potrebbe definire il fratello minore di
"the Brazilian" (dunque, chi non ha gradito quest'ultimo pezzo è
avvisato...). Tutto sommato, un disco non molto interessante che è
passato come una meteora nel panorama del rock internazionale.
Pochi mesi prima della pubblicazione di "We Can't Dance" con i Genesis,
Tony Banks esce con un album che ne anticipa un po' lo spirito: ancora
una volta la carriera solista del tastierista sembra andare di pari
passo con quella nella celebre band, almeno
per quel che riguarda il livello compositivo. "Still" (1991) è infatti
un disco maturo, nel quale non mancano episodi poco riusciti ma non si
arriva mai a livelli di bruttezza registrati negli albums precedenti.
Rispetto al deludente "Bankstatement" gli unici elementi confermati sono
Pino Palladino al basso e Jayney Klimek come voce femminile. Si
registrano ritorni eccellenti (Fish e Daryl Stuermer) ed innesti
fortunati (i due cantanti maschili Nik Kershaw ed Andy Taylor ed il
batterista sessionman Vinnie Colaiuta). La produzione del lavoro è
di Nick Davis (lo stesso di "We Can't Dance") e Tony, pur non
rinunciando alle ambizioni di classifica, sembra non essere più
ossessionato dall'idea del singolo di successo. Tutto questo determina
un disco piacevole da ascoltare, dove ogni artista che vi partecipa fa
quello che meglio gli riesce: così a Nik Kershaw (quello di "The
Riddle", ricordate?) toccano le ballate pop ("Red Day On Blue Street",
"I Wanna Change The Score" e "The Final Curtain"), Fish interpreta
magistralmente due pezzi che gli calzano a pennello: ascoltate l'inizio
di "Angel Face" quando lo scozzese canta "Are you ready..." ed osservate
la complessità di "Another Murder Of A Day", brano di Marillioniana
memoria, della durata di oltre 9 minuti. La Klimek canta in due brani,
"Water Out Of Wine" delicata e rilassante, e "Back To Back" più veloce e
vicina alla produzione "Bankstatement". Taylor dimostra di avere
un'ottima voce su "The Gift" e "Still It Takes Me By Surprise". E Tony? A
parte l'ennesimo deprecabile episodio che lo vede lead voice
("Hero For An Hour", naturalmente il pezzo più brutto dell'album), la
sua presenza strumentale è costante nell'album e ricorda un po' il
lavoro nell'ombra che tanto gli è congeniale nei Genesis. In più,
"Still" contiene un'autentica perla che non deve passare inosservata:
"Still It Takes Me By Surprise", ovvero 6 minuti e mezzo di pianoforte
Banksiano ad altissimi livelli. Il pezzo unisce ad una musica commovente
un testo struggente: da non perdere.
Anno 1995: in piena stasi Genesisiana viene pubblicato quello che a tutt'oggi è l'ultimo lavoro di Tony Banks.
Ed
ancora una volta non mancano le sorprese, a partire dalla copertina: un
incomprensibile disegno ed una scritta "Strictly Inc.", titolo
dell'album e della band. Come ai tempi di "Bankstatement", Tony
inspiegabilmente omette di inserire il proprio nome su un disco che per
il 95% appartiene a lui. E se per il disco del 1989 l'esperimento fu
negativo, qui è addirittura disastroso in termini commerciali: vendite
scarsissime e passaggi in radio inesistenti. Eppure il lavoro, pur non
gradevole come "Still", non è affatto male, soprattutto se si considera
l'assenza di prestigiosi contributi. Il disco infatti è cantato per
intero dallo sconosciuto Jack Hues e vi suonano, oltre a Tony, tale John
Robinson alla batteria, Daryl Stuermer alla chitarra e Nathan East al
basso. In realtà, l'album, composto da 10 canzoni, andrebbe suddiviso in
due parti: i primi nove pezzi da una parte e l'ultimo dall'altra; sì,
avete letto bene, in primo luogo perché l'ultimo brano occupa un terzo
dell'album e poi perché i primi nove pezzi seguono un canovaccio mentre
il decimo se ne discosta drasticamente. Liquiderò in poche parole
canzoni come "Don't Turn Your Back On Me", "Only Seventeen" o "Something
To Live For", dove la programmazione elettronica è addirittura
fastidiosa e lo spessore artistico è molto basso. Intimiste, e quindi
meglio riuscite, canzoni come "Wall Of Sound", "Never Let Me Know" e "A
Piece Of You". Una spanna al di sopra di queste metterei "The Serpent
Said", se non altro perché all'interno si può ascoltare un mini-assolo
di Tony. Del tutto trascurabili sono "Charity Balls" e "Strictly
Incognito". Insomma, la prima parte del disco è troppo commerciale e dà
l'impressione di non decollare mai, pur avendone le potenzialità. Ma se
l'ascoltatore ha la pazienza di tollerare 30 minuti di musica pop e di
programmazioni, non crederà poi alle sue orecchie dinanzi ad un tale
capolavoro: sto parlando di "An Island In The Darkness", brano che non
avrebbe affatto sfigurato su "A Curious Feeling" e che ci riporta di
colpo indietro di venti anni. 17 minuti di assoluto genio musicale da
parte di Tony Banks: dopo un lungo e bellissimo intro di pianoforte,
entra la batteria programmata e la voce di Hues per cantare le prime
strofe. Quindi le tastiere di Tony conducono ad una fase riflessiva che
improvvisamente accelera in un magnifico strumentale, dove ancora una
volta a farla da padrone è il pianoforte, per poi di nuovo rallentare
(ricorda in questa fase l'intermezzo strumentale di "One For The Vine").
Ritorna il cantato, ma è solo un attimo: irrompe Daryl Stuermer con un
potente e lungo assolo di chitarra elettrica sul tappeto di tastiere
suonate da Tony. Siamo al gran finale: ora il proscenio è tutto per
Mister Banks che ci delizia con una chiusura di solo pianoforte davvero
suggestiva e commovente. Che altro dire? Questo pezzo lascia senza
parole e giustifica da solo l'acquisto del CD.
CONSIDERAZIONE FINALE
Al termine di questa lunga carrellata resta da fare un'ultima
considerazione: come giudicare la carriera di Tony Banks nei Genesis e
da solista? Indubbiamente il tastierista ha scritto delle pagine
memorabili della storia del prog-rock; eppure, l'impressione è che in
trent'anni di attività, gli episodi indimenticabili avrebbero dovuto
essere molti di più. Tony ha nelle mani le potenzialità artistiche per
sfornare un album fatto di perle tipo "An Island In The Darkness" o
"Still It Takes Me By Surprise". La maturità, la fine della rincorsa
alla chimera hit-parade, la triste chiusura del capitolo Genesis sono
tutti elementi che lasciano ben sperare in un futuro di assoluto valore
per la carriera del tastierista. Si vocifera che è imminente la
pubblicazione di un suo album strumentale, arrangiato con orchestra. Ti
aspettiamo al varco, caro Tony: ora non hai più alibi...
Giovanni
agosto 2022
Informazioni tratte da:
GENESIS – Discografia 1968-1993 di Mario Giammetti
DUSK – Italian Genesis Fanzine
GENESIS – Discografia 1968-1993 di Mario Giammetti
DUSK – Italian Genesis Fanzine
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