Rotters'RoundTable # 10

 

Soft Machine - Thirteen (2026), Hooffoot - Phantom Limb (2025), Circe Link e Christian Nesmith - Arcana (2024), Balletto di Bronzo - YS (1972), Haikara - Haikara (1972).

GnosisRoundTable # 10
(breviario sui nuovi ascolti inseriti nella sezione Gnosis)

Ognuno di noi sceglie e propone un album che verrà valutato in base al proprio metro di giudizio, con le relative motivazioni a giustificare il voto assegnato. Questo ci permette di ascoltare dischi distanti dalle nostre abitudini, arricchendo il confronto. Il tutto è accompagnato da un’immagine surreale e ironica, a volte volutamente dissacrante, che sottolinea lo spirito e il piacere di divertirsi insieme.

Proposto da Geppo: Soft Machine - Thirteen (2026)

GEPPO (7): Il nuovo corso di questo nome leggendario con ulteriormente rinnovata la formazione, prosegue nel segno di una continuità che guarda decisa al futuro. Etheridge resta il riferimento imprescindibile, mentre Travis suona, coordina e produce, confermandosi il vero punto nodale del progetto. Baker eccelle nel solco tracciato da Babbington e il nuovo batterista, Asaf Sirkis, porta una sferzata di freschezza grazie a un drumming moderno e creativo, firmando ben tre brani. Omaggi alla storica formazione  con Waltz for Robert, Daevid’s Special Cuppa e un sentito rifacimento di Carol Ann a firma Jenkins, il disco mi ha un po' spiazzato al primo ascolto; tuttavia, si lascia apprezzare presto per l'alto lignaggio dei musicisti e le ottime intenzioni. Estremamente professionali, si mettono alla prova anche con tre composizioni corali, sebbene sia lecito aspettarsi un maggiore amalgama collettivo per il futuro. 

PEPPE (7,5): La storia dei Soft Machine del nuovo secolo (volendo considerare anche le incarnazioni “Legacy” e “Softworks”) è costellata di album e live di gran classe, ma anche un po’ di maniera. Dopo una serie di dischi di jazz-rock portato avanti con mestiere da musicisti straordinari e navigati, Thirteen cambia un po’ le carte in tavola. Stavolta sorprendono certe scelte, a partire da quelle timbriche, con l’utilizzo in un paio di brani di piano, mellotron e organo “pulito”. Si rimane comunque in orbita jazz-rock, ma la proposta appare più particolare, forse anche per il fatto che Etheridge lascia il ruolo di compositore principale a Travis, autore anche di un lungo pezzo di oltre tredici minuti ricco di cambi di atmosfera. Non mancano echi fusion, stranezze melodiche ed episodi in una forma libera legata anche all’improvvisazione. Album che appare un po’ spiazzante all’inizio, perchè non sono i Soft Machine che ti aspetti, ma cresce ascolto dopo ascolto. 

ACHILLE (voto 7): il tredicesimo album in studio dei SM è la dimostrazione di una longevità artistica sorprendente. L’album si articola in tredici tracce per poco più di un’ora di musica, costruite su un equilibrio dinamico tra scrittura e improvvisazione. Pur rimanendo fedele ad una formula collaudata e a tratti un po’ logora (soprattutto negli episodi più fusion e guitar-based, distanti anni luce dalle sperimentazioni canterburyane degli esordi), Thirteen mostra qualche tentativo di deviare dal percorso artistico recente, come ad esempio nella lunga e articolata suite The Longest Night, costituente l’episodio centrale e più ambizioso del disco, che supera i tredici minuti: una lunga costruzione progressiva alternante sezioni contemplative e passaggi più energici, dominati dalla chitarra di Etheridge, che rimandano a certe atmosfere presenti nei lavori di Steven Wilson/Porcupine Tree (non a caso il brano è firmato da Travis, che con SW ha collaborato). In conclusione, nulla di realmente innovativo, ma d’altra parte dagli attuali Soft Machine nessuno si aspetterebbe qualcosa di diverso. O forse no? 


 Proposto da Peppe:  Hooffoot - Phantom Limb (2025)



GEPPO (8): Avevo molto apprezzato il loro esordio, quindi mi approccio a questo ascolto con una predisposizione positiva e grandi aspettative. Qui si suona facendo “cantare” gli strumenti, spaziando in una fusion indefinita dove si ritrova un po’ di tutto. Confusione? Tutt’altro!. Piuttosto un’ottima scelta delle timbriche, riconducibili anche a certe vaghezze canterburiane: una ricerca che si esprime in composizioni lunghe, foriere di quel guizzo dato dal riff accattivante o dal solismo misurato ma creativo. Senza eccessi. Mi intrigano e richiamano attenzione: il più classico quartetto (basso, batteria, chitarra e tastiere) si arricchisce di volta in volta con interventi di strumenti a fiato o violino. Il "già sentito" si accetta volentieri, poiché è spalmato senza invadenza nel flusso sonoro globale che promuovo con pochissime riserve. Una conferma rispetto ai consigliabilissimi due precedenti lavori.

PEPPE (8): Già autori di due brillanti album di jazz-rock progressivo, gli Hooffoot arrivano al loro terzo parto discografico nel 2025. Dopo ripetuti ascolti l’impressione è che abbiano fatto un ulteriore passo in avanti. Pur mantenendo il loro orientamento stilistico, mi sembra che sia stata ulteriormente enfatizzata la componente jazzistica. I musicisti sono molto dotati tecnicamente e riescono a lanciarsi in virtuosismi senza mai perdere di vista il feeling. Allo stesso tempo, le loro qualità permettono continue variazioni ritmiche nelle quattro lunghe composizioni strumentali, nelle quali si viaggia tra riferimenti al Davis elettrico, spunti canterburiani, strizzatine d’occhio all’Hancock periodo Headhunters, fusion non cervellotica, bandismo zappiano, prog scandinavo anni ‘70… Tante le influenze, quindi, ma tutte amalgamate al meglio per un risultato finale godibilissimo.

ACHILLE (8): Gli Hooffoot sono una band svedese piuttosto di nicchia ma decisamente interessante, soprattutto per chi ama le sonorità retrò. La loro musica, si può agevolmente collocare nello smisurato calderone del jazz-rock progressivo europeo, con salde radici negli anni ’70 ed influenze di psychedelia, funk e kraut rock. I pezzi, tutti interamente strumentali, si presentano come vere e proprie minisuite (spesso di 10/15 minuti) alternando improvvisazioni jazz e sezioni più liriche. La discografia conta tre titoli, l’ultimo dei quali è Phantom Limb che non si discosta stilisticamente dai predecessori, imponendosi come una raffinata operazione di recupero e reinvenzione del jazz-rock d’annata. Caratterizzato da un uso massiccio di tastiere vintage (soprattutto Hammond e Fender Rhodes) che conferiscono un calore “analogico” alle composizioni, la musica degli Hooffot privilegia atmosfera, interplay e ricerca timbrica senza mai eccedere nel virtuosismo esibizionistico tipico della fusion più muscolare. Il classico gruppo che sarebbe bello vedere dal vivo.


Proposto da  Achille: Circe Link e Christian Nesmith - Arcana


GEPPO (5): Percepisco subito un’identità molteplice, con alcuni facili rimandi agli Yes e a Steven Wilson (tra gli altri), mentre la forte vena pop impressa dalla cantante tradisce un’operazione costruita ad arte. Il lavoro di produzione è sopraffino e mette in luce sia la bravura dei (pochi) musicisti coinvolti, si tratta sostanzialmente di un duo in cui Christian suona abilmente quasi tutti gli strumenti impiegati, sia la naturalezza nel realizzare un disco patinato senza troppe difficoltà come si conviene nel mondo digitale. In verità, l’ascolto scivola via leggero tra melodie accattivanti (seppur scontate) ed la tipica articolazione strumentale, lasciandosi anche piacevolmente colpire da alcune inflessioni canore "oblique" che ricordano la Deborah Perry dei Thinking Plague. L’elemento inusuale, ovvero il passaggio da una lunga storia discografica pop a un lavoro più strutturato da collocare in ambito prog-rock, non mi convince molto. Tirando le somme, né bene, né male.

PEPPE (7,5): Cinque brani di ampia durata (si va dagli otto minuti e mezzo ai quasi sedici della traccia conclusiva), un rock sinfonico classico con non pochi rimandi agli Yes (e in più occasioni mi vengono in mente anche i primi Magenta) e una voce femminile particolare che caratterizza un po' il discorso. Questi i contenuti di un disco molto piacevole da ascoltare, in cui sicuramente non viene inventato nulla di nuovo, ma che mostra costantemente buon gusto e dal quale traspaiono maturità e professionalità sia per la fase compositiva, sia nelle esecuzioni. Mi colpiscono favorevolmente le strutture di ogni pezzo, con giusti equilibri tra parti cantate, slanci strumentali, intrecci di suoni elettrici e acustici e cambi di tempo.

ACHILLE (8): Chi mi conosce sa che non sono incline ai facili entusiasmi e devo dire che il prog attuale, ahimè, non mi sta offrendo tante occasioni per derogare a questa regola. Una delle poche eccezioni, che non a caso coincide con la mia prima proposta di ascolto per gli amici Rottersiani, è l’ultimo lavoro di Circe Link e Christian Nesmith, coppia americana autrice di una dozzina di album di genere indie-pop, che ad un certo punto ha deciso di cambiare strada, confezionando due eccellenti dischi di prog classico/sinfonico. Dopo Cosmologica (del 2021) è uscito Arcana, un collage di cinque pezzi lunghi, tutti ispirati agli Arcani maggiori dei tarocchi. A livello di produzione parliamo di una one-man band: Christian Nesmith (che non è l’ultimo arrivato, essendo figlio di Michael Nesmith dei Monkees) suona quasi tutti gli strumenti e cura anche arrangiamenti e registrazione, e si sente che c’è un controllo totale del suono. La voce di Circe Link non è potentissima, ha un timbro un po’ stridulo, decisamente più adatto al pop, ma alla resa dei conti funziona bene soprattutto nei cori e nelle parti più atmosferiche. Il risultato è un disco molto rifinito, di notevole densità, ma nello stesso tempo connotato da una leggerezza che lo rende assolutamente godibile; provate ad immaginare una sorta di fusione tra Abba e Yes e avrete l’idea. Il crossover perfetto, insomma!

 

ACCORDI/DISACCORDI
(come la deviazione standard unisce o divide)
Album datati tratti dalla pagina Rotters’Gnosis: una selezione di ascolti votati che abbiamo il piacere di condividere con un breve commento relativo alle nostre valutazioni.

Balletto di Bronzo - YS (1972) - dev. standard = 0



GEPPO (10):  Ebbi questo disco tra le mani per la prima volta quando, spinto dalla curiosità musicale, frequentavo il negozietto di dischi della mia piccola città. Seppur consigliato dal buon Gaetano (negoziante assai preparato), non ricordo per quale motivo decisi di non farlo mio.  Con grande pentimento, recupero successivamente, sia le ristampe in CD che in LP, ed ho potuto apprezzare appieno la potenza di questo capolavoro senza tempo. È uno di quegli ascolti che non stancano mai, capace di trascinarti in un'altra dimensione e di spingerti a partecipare emotivamente. Ma cos’altro aggiungere? Lo conoscono davvero in tanti, trasversalmente: dagli appassionati del rock progressivo agli amanti delle sonorità più dark. Una pietra miliare, fatta a Napoli!

PEPPE (10): Frutto del genio di un giovanissimo Gianni Leone, Ys è per me uno dei dischi più belli in assoluto di tutto il progressive rock. Cogliendo un momento più unico che raro di creatività, il Balletto di Bronzo sforna un’opera che non ha eguali. Il dark prog sinfonico in essa contenuto è completamente staccato da qualsiasi modello in voga all’epoca, in Italia come all’estero. E nel corso del tempo si è rivelato fonte di ispirazione in tutto il mondo, a partire da molteplici esponenti del prog svedese e giapponese degli ultimi 30 anni. Chi ha provato ad imitare e/o a copiare il sound di Ys, non c’è riuscito, proprio per la sua unicità. Funziona tutto alla perfezione: tempi dispari, atmosfere plumbee, dinamiche imprevedibili, melodie sinistre, sonorità inquietanti, anche una voce non ancora completamente matura. Lo ripeto se non si è capito: un disco straordinariamente bello e unico. Assolutamente unico.

PROGMAN59 (10): Con YS per me non c’è molto da ragionare: è uno di quei dischi che ogni volta mi prende allo stesso modo, senza perdere un grammo della sua forza. Non è un ascolto “facile”, e forse è proprio questo il punto. Ti tiene dentro, ti mette quasi a disagio in certi passaggi, ma non ti lascia mai.Quello che continuo ad apprezzare è come riesca a essere così pieno, così denso, senza mai dare l’impressione di perdere il controllo. Anche nei momenti più caotici sento sempre una direzione precisa, un filo che tiene tutto insieme. È uno di quei dischi che non ascolto spesso, ma ogni volta che ci torno mi ricorda perché è così importante per me. Non solo per quello che rappresenta storicamente, ma per quello che riesce ancora a trasmettere oggi.

  

  Haikara - Haikara (1972) - dev. standard 0,94

GEPPO (8): Davvero di nicchia, seppi di loro solo quando iniziò a circolare il passaparola tra i (pochi) appassionati italiani più smaliziati, in seguito alla ristampa in CD del 1998.  Gruppo finlandese con un esordio discografico esclusivo in patria risalente al 1972 e di cui probabilmente al tempo non se ne trovava traccia neanche d’importazione. Comunque, meglio tardi che mai. Il disco è assai interessante; inizialmente il cantato in lingua madre può spiazzare, ma l’interpretazione risulta convincente. Il tratto distintivo è la - brass section -, che fonde diverse influenze con un rock fantasioso e creativo. Le molteplici idee confluiscono in brani articolati, dominati da un'atmosfera tipica delle zone scandinave. Il risultato è un lavoro abbastanza peculiare a cui mi piace esprimere grande considerazione. Magari averlo in collezione ma purtroppo raro e costoso anche nelle ristampe su LP.

PEPPE (10): Li conoscevo già di fama, ma ho ascoltato gli Haikara per la prima volta solo nel 2001 all’uscita di Tuhkamaa. Fu amore immediato e iniziai un percorso a ritroso per recuperare i loro dischi precedenti. L’immersione nella loro musica mi ha fatto scoprire un gruppo straordinario e ritengo il loro esordio un vero capolavoro. Per quanto emergano certe influenze inglesi (un po’ VDGG, un po’ King Crimson, un po’ Canterbury) la proposta del gruppo è molto personale e si sviluppa attraverso composizioni lunghe e articolate, nelle quali si combinano abilmente elementi di rock, musica classica e folk nordico. Tra prelibatezze acustiche di fiati, archi e chitarra, sfuriate elettriche della sei corde, dissonanze, cambi di tempo e di atmosfera, ci sono equilibri perfetti in un gioiello di inestimabile valore che dimostra come si possa trovare grandissimo prog anche al di fuori dei paesi anglofoni. 

PROGMAN59 (10): Questo per me è un vero capolavoro, uno di quei dischi che col tempo non hanno fatto altro che crescere. Ogni volta che lo riascolto ho la sensazione di entrare in un mondo sonoro tutto suo, riconoscibile fin dalle prime battute. Mi affascina il modo in cui riescono a tenere insieme tante cose diverse: i fiati, le parti più acustiche, le improvvise aperture elettriche, i cambi di atmosfera. Tutto scorre con naturalezza, senza mai sembrare forzato. È un disco ricco, ma non dispersivo; complesso, ma mai freddo. Quello che mi colpisce davvero è l’equilibrio: c’è una libertà espressiva evidente, ma anche una coerenza interna che fa sì che ogni passaggio abbia un senso preciso. E poi c’è quell’atmosfera un po’ sospesa, nordica, difficile da definire ma facilissima da riconoscere; ogni volta mi lascia la stessa sensazione: quella di aver ascoltato qualcosa di unico.

Geppo Peppe Progman59 Achille
diciannove aprile duemilaventisei 

 


1 commento:

  1. Su Phantom Limb degli Hooffoot si registra un fatto non così frequente: un consenso pieno, costruito però da prospettive diverse e complementari.
    I tre giudizi convergono su un punto essenziale: siamo di fronte a una band che ha ormai raggiunto una maturità espressiva evidente, capace di muoversi dentro il linguaggio della jazz fusion senza cadere né nella sterile imitazione né nel tecnicismo fine a sé stesso.
    Da un lato emerge la capacità di “far cantare” gli strumenti, con una cura timbrica e una scrittura che trasformano le lunghe strutture in flussi sempre vivi e mai dispersivi. Dall’altro, colpisce l’equilibrio tra complessità e fruibilità: le numerose influenze, dal jazz elettrico alle suggestioni canterburiane, fino a echi più spiccatamente progressive, non generano confusione, ma vengono assorbite in un linguaggio coerente e riconoscibile.
    Altro elemento condiviso è il rifiuto dell’eccesso: pur in presenza di musicisti tecnicamente molto dotati, il disco evita la deriva della fusion più muscolare, privilegiando invece interplay, dinamica e sviluppo narrativo. Le composizioni, vere e proprie mini-suite, trovano così una loro logica interna, fatta di variazioni, aperture e ritorni che mantengono costante l’attenzione.
    In definitiva, Phantom Limb si impone come una conferma evolutiva: non una rottura col passato, ma un passo avanti nella definizione di un’identità che guarda agli anni ’70 senza esserne prigioniera.
    Un consenso unanime, dunque, che non nasce da un ascolto “facile”, ma dalla capacità del disco di parlare a sensibilità diverse con una sola, solida voce.

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