GnosisRoundTable # 8

 

Big Big Train - Woodcut (2026), Cheer/Accident - Admission - (2025),  
Tatsu Akiba - Tatsu Akiba -  (2026), La Curva di Lesmo - La Curva di Lesmo (2015),
Pink Floyd - The Final Cut (1983).

 GnosisRoundTable # 8
(breviario sui nuovi ascolti inseriti nella sezione Gnosis)

Ognuno di noi sceglie e propone un album che verrà valutato in base al proprio metro di giudizio, con le relative motivazioni a giustificare il voto assegnato. Questo ci permette di ascoltare dischi distanti dalle nostre abitudini, arricchendo il confronto. Il tutto è accompagnato da un’immagine surreale e ironica, a volte volutamente dissacrante, che sottolinea lo spirito e il piacere di divertirsi insieme.

Big Big Train - Woodcut (2026)

GEPPO (6): I brani legati senza soluzione di continuità impongono un ascolto lungo. Muovendosi nei binari del concept-suite, la base new-prog si arricchisce di violino, violoncello, arie vagamente folk, arpeggi di chitarra e quant’altro per movimentare il ritmo compassato nelle canzoni; la voce rientra nello standard comune a molte band attuali che pur inventandosi sfumate coloriture alla lunga stanca. Sebbene il primo ascolto evidenzi momenti strumentali accattivanti come nelle dinamiche “The Artist” e  ‘Cut and Run’,  il disco risulta manierato com'è giusto che sia. Fedeli a un copione predefinito, prolissi, ma tutto sommato il voto dato ci può stare.

MONTAG (7): E anche i BBT cambiano pelle. Si presentano con il loro primo concept (alquanto interessante) e con composizioni unite tra loro a dare continuità e supporto emotivo al concept. Musicalmente gli ottoni sono ora usati di fino, qui e lì, e non più in primo piano il cui posto è preso dal violino. Il classico sound inglese quasi pastorale della band, diventa forse più stereotipato in un prog sinfonico europeo, facendo, forse, perdere alla band un po’ della sua personalità. Il disco è comunque,  nel complesso, quello che ti aspetti da un disco dei BBT: atmosferico a rischio di essere  monocorde e quindi un po’ pesante nell’ascolto, ma ha tratti interessanti con belle intuizioni melodiche. Per questo il mio voto.

PEPPE (6,5): Per il loro primo concept i Big Big Train puntano su un new-prog molto più di maniera rispetto a quanto proposto da un bel po’ di annetti a questa parte. Pur con diversi passaggi molto raffinati, soprattutto quando intervengono gli strumenti acustici, alla fine dell’ascolto resta una forte sensazione di “già sentito” tipica dei gruppi che si cimentano in questo filone e che questa band era riuscita ad aggirare da un certo momento della sua carriera. Il disco è valido, ma a mio parere rappresenta un passo indietro abbastanza evidente rispetto alla precedente prova in studio che vedeva impegnato per la prima volta Alberto Bravin.


 Cheer/Accident - Admission - (2025)

 

GEPPO (6): Spesso scelgo i Cheer-Accident quando ho il desiderio di ascoltare canzoni, pur sapendo che la loro sterminata discografia richieda una selezione accurata, essendo una band estremamente eclettica e diversificata. Questo lavoro si attesta su sonorità più accessibili, nello stile del valido Putting Off Death ma meno incisivo. Lo trovo un disco dalle facili melodie e dai toni edulcorati, dove la verve R.I.O. rimane tra le trame cedendo il passo a un'impostazione decisamente Pop. Leggerezza comunque valida e piacevole.

MONTAG (7): Ammiccanti, simpatici, complicando il semplice rendendolo interessante senza che questo diventi pesante. Questa la sintesi, per me di quest’album. C’è, infatti,  un po’ tutto per rendere interessanti composizioni che altrimenti risulterebbero banali: ricorsività alla King Crimson, echi R.I.O., dissonanze studiate ad hoc. Un disco che rimetterò di tanto in tanto nel cd! Per questo il mio voto.

PEPPE (6,5): Capaci di cambiare direzione stilistica di continuo, anche all’interno dello stesso brano, i Cheer Accident mostrano con Admission, per l’ennesima volta, il loro eclettismo. Con la consueta ricerca timbrica e l’alternanza di suoni elettrici, acustici ed elettronici, i sette brani di questo disco scorrono bene, con passaggi dall’avant-prog reminiscente del R.I.O. (ma mai eccessivamente complessi) al dream pop, passando per rock classico, vaghi echi crimsoniani e melodie distorte. Alla lunga, la mancanza di omogeneità e le continue variazioni un po’ fanno avvertire il loro peso.
 

Tatsu Akiba - Tatsu Akiba -  (2026)

GEPPO (5): I giapponesi, quando si mettono d’impegno, sanno imitare alla perfezione o, forse, loro malgrado finiscono per 'fare il verso'. Nutro un pò di  diffidenza verso i polistrumentisti 'tuttofare', ma qui diversi collaboratori aiutano abilmente Tatsu Akiba a mettere in musica il suo amore per la scena di Canterbury. Il risultato? Un vero bignami sonoro: un collage di citazioni esplicite dei gruppi che hanno fatto la storia di quel genere. Un invito a recuperare i capolavori originali.

MONTAG (5): Trovare musica originale, nelle nuove uscite in ambito prog, è sempre difficile:  le fonti d’ispirazione emergono sempre, in un modo o nell’altro. Questo lavoro è un chiaro ripescaggio di tante cose fatte nella scena Canterbury da ben noti nomi che hanno caratterizzato la scena. Il problema è che sebbene il musicista riesce a creare un’atmosfera piacevole questa  diventa stucchevole in molti passaggi che ricordano fortemente le fonti. Queste “citazioni” sono così forti e numerose che penalizzano il lavoro, rendendolo decisamente poco interessante, ma ha il pregio di farti venire voglia di andare a riascoltare Hatfield and the North e National Health!

PEPPE (6,5): Tatsu Akiba è un musicista che sicuramente la scuola di Canterbury l’ha ascoltata e pure bene! Siamo di fronte ad un polistrumentista che, similmente al francese Tom Penaguin, pesca a piene mani dal repertorio di Hatfield and the North, National Health ed Egg, sia nelle parti strumentali, sia in quelle cantate con melodie e timbro vocale che rievocano molto Richard Sinclair. Nulla di originale, ma dieci brani di gradevole ascolto.


ACCORDI/DISACCORDI
(come la deviazione standard unisce o divide)

Album tratti dalla pagina Rotters’Gnosis: una selezione di ascolti votati che abbiamo il piacere di condividere con un breve commento relativo alle nostre valutazioni.


La Curva di Lesmo - La Curva di Lesmo (2015) - dev. standard = 0

GEPPO (8):  La splendida cover e l’edizione in vinile bianco hanno influenzato il voto, ma anche la musica riesce a conquistarmi: in un prog italiano di stampo sinfonico  più che saturo, questo lavoro di Agnini e Zuffanti convince per ricerca timbrica strumentale e voci femminili. Nonostante la suite sul lato B presenti maggiori passaggi noti,  in generale i riff indovinati e i testi profondi mitigano sufficientemente il rischio del già sentito, trasformando le ispirazioni in un pregio anziché in una facile copia. L’ascolto de L’isola delle lacrime mi emoziona particolarmente, grazie anche alla voce di Jenny Sorrenti.

MONTAG (8): Ascoltai quest’opera in anteprima live alla Claque di Genova e mi colpì tantissimo (come il borsello portato fieramente da Agnini!). Su disco le composizioni prendono ulteriori sfaccettature, e da allora ne ho un ottimo ricordo, anche se ammetto, non lo ascolto da un po’. E’ un ottimo sinfonico italiano, come detto da Geppo, ma molto originale e complesso, che di già sentito ha poco sebbene non si trovino soluzioni particolarmente originali e sorprendenti e solo per questo non ho valutato di più. 

PEPPE (8):
 Disco che presenta delle tipicità del prog sinfonico italiano, ma che pure offre delle particolarità che non lo rendono affatto stereotipato. Contiene una suite e due lunghe composizioni tutte caratterizzate da una certa maestosità, ma in alcuni frangenti ci sono sorprendenti deviazioni, tra teatralità, cantautorato à la De Andrè, pop stravagante, delicatezze pianistiche, innesti elettronici non invasivi e suggestive tinte cupe. Il tutto condito dallo stupendo artwork firmato Crepax.

 Pink Floyd -  The Final Cut (1983) - dev. standard 1,25

GEPPO (6): Disco che non posseggo; con i PF mi sono fermato a The Wall, perché un semplice ascolto da una cassetta registrata non mi spinse all’acquisto. Non lo ricordo come un brutto lavoro, ma l'ho riascoltato pochissime volte: presenta molti punti di contatto col precedente, ma in una salsa più cupa e mesta ovviamente legata alla diversa tematica. Una mutazione apportata da Waters con gli altri a fare da comprimari di lusso; insomma, non vi ho più ritrovato la band di una volta. Riascoltandolo per l’occasione confermo il mio voto.

MONTAG (9): Leggendo i commenti degli altri brocchi, si stigmatizza un po’ il parere di tanti amanti del prog su questo disco: troppa enfasi sui testi, scuro, mancanza di chitarra, orchestrazioni pesanti al posto delle tastiere. Innanzitutto è chiaro che l’opera è di rottura e essenzialmente di Waters tanto è vero che dietro alla copertina del vinile vi è un chiaro: “performed by Pink Floyd”. In quel “performed” c’è tutta la distanza di questo mondo tra quanto composto e quanto suonato, evidenziando anche la situazione artistica nella band. Detto questo non trovo manchevole la presenza di chitarra che anzi, è presente in tutto il disco: cambia il ruolo, non strilla più ma sussurra in sottofondo. La musica non è più quella del “viaggio”, ma quello dell’introspezione; le melodie, quelle al pianoforte in particolare,  sono drammaticamente profonde, tale che si deve andare molto indietro nel tempo per ritrovare questo mood ( “A great gig in the sky” per esempio). Ed è per questo mood e per i tanti piani d’ascolto stratificati che giudico questo disco non da meno rispetto agli altri della produzione dei Floyd e sicuramente più interessante dei due che seguiranno!

PEPPE (7):
Ho sempre avuto una relazione complicata con questo disco :-) Ai primi approcci, pur riconoscendo la notevolissima qualità dei testi, ho trovato eccessivamente povera la parte musicale, salvando essenzialmente solo gli interventi della chitarra di Gilmour. Col tempo, assimilandolo meglio, ho parzialmente rivisto questa posizione, ravvisando una certa validità delle orchestrazioni che inizialmente non mi convincevano. Non senza ragioni, molti reputano The final cut più un disco solista di Waters. Resta un album anomalo nella discografia dei Pink Floyd, che (già a partire dal precedente The wall) non ripetono e non ripeteranno più i vertici eccelsi toccati in passato.

Geppo - Montag - Peppe 
quattro marzo duemilaventisei 

6 commenti:

  1. Ho letto con molto interesse le vostre tre impressioni su Woodcut. Trovo sempre stimolante quando un disco genera letture diverse, perché spesso significa che non è un lavoro banale. Capisco alcune delle osservazioni che fate, soprattutto sul fatto che l’album richieda un ascolto lungo e non sia immediatamente “gratificante”. La scelta della forma quasi continua, con brani collegati e diversi passaggi strumentali, impone effettivamente un tipo di fruizione più immersiva rispetto a molti lavori precedenti dei Big Big Train. Proprio per questo, però, faccio un po’ fatica a leggerlo come un disco manierato o come un passo indietro. A me sembra piuttosto che la band abbia scelto consapevolmente un approccio diverso: non una raccolta di episodi forti, ma un vero percorso narrativo costruito attraverso transizioni, cambi di atmosfera e stati emotivi. In questo senso anche i brani più brevi o strumentali mi sembrano avere una funzione precisa nell’economia del disco, più che essere semplici intermezzi. Sul discorso del “già sentito” nel new-prog capisco l’osservazione, ma personalmente ho avuto la sensazione opposta: proprio perché il disco lavora molto sulle dinamiche interne, sulle timbriche (violino, strumenti acustici, sezioni cameristiche) e su una produzione molto ariosa, mi sembra meno legato a certi cliché del genere di quanto possa apparire al primo ascolto. Anche la produzione di Alberto Bravin, secondo me, merita una menzione: il suono è estremamente leggibile, tridimensionale, poco compresso, e lascia respirare molto la musica. Non cerca il climax immediato ma costruisce gradualmente le tensioni. Per questo non riesco a considerarlo un passo indietro rispetto a The Likes Of Us. Piuttosto mi sembra un disco meno immediato ma più strutturato, uno di quelli che si aprono lentamente con gli ascolti. Magari tra qualche mese sarebbe interessante tornarci sopra: ho la sensazione che Woodcut sia uno di quegli album che cambiano parecchio nel tempo.

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    1. Grazie sempre per le puntuali e interessanti osservazioni. Per quanto mi riguarda, il maggior manierismo che trovo in Woodcut lo riscontro soprattutto in un confronto con i suoi predecessori. E' chiaro che non stiamo parlando di una copia carbone dei Marillion o degli IQ, ma l'impressione forte che ho avuto è che questo sia il disco (da The undergall yard in poi) in cui i Big Big Train abbiano maggiormente proposto cliché tipici del new-prog. Poi certi punti di forza che indichi ci sono, a partire dalla produzione e da certe dinamiche. Può darsi che col tempo questo mio giudizio possa essere rivisto, ma non so, continuo a credere che stavolta i Big Big Train abbiano fatto qualcosa di piacevole, ma molto più "ordinario" rispetto alle abitudini. Per di più, The likes of us mi era sembrato più fresco, più ispirato, più sorprendente sotto certi aspetti. E conteneva un gioiello notevole come la suite che reputo una delle cose migliori mai fatte dal gruppo. Per una lettura più dettagliata delle mie impressioni sul disco precedente rimando alla recensione scritta per Arlequins: http://www.arlequins.it/pagine/articoli/alfa/corpo.asp?iniz=B&fine=C&ch=7758

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    2. La tua analisi travalica l'essenzialità delle prime impressioni emerse nella roundtable; la tua difesa offre spunti di riflessione preziosi, ancorché chiaramente animati da un profondo amore per i BBT. Grazie Nando per il contributo.

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  2. Leggendo i vostri commenti mi rendo conto, ancora una volta, di quanto The Final Cut resti uno degli album più divisivi dei Pink Floyd. Personalmente, invece, lo considero un disco eccellente, e proprio la sua anomalia all’interno della discografia della band è una delle ragioni della sua forza. È vero: il peso autoriale di Roger Waters è dominante e la band appare quasi in secondo piano. Ma questo, più che un limite, secondo me diventa il motore dell’intero album. The Final Cut non è pensato come un classico lavoro collettivo dei Pink Floyd, ma come una sorta di racconto personale e politico estremamente compatto. In questo senso la forte impronta di Waters gli conferisce una coerenza narrativa ed emotiva rarissima. Si dice spesso che la musica sia povera o secondaria rispetto ai testi. Io non sono d’accordo. La musica qui cambia semplicemente funzione: non deve costruire grandi architetture progressive, ma sostenere un clima emotivo molto più intimo e drammatico. Basta pensare a brani come The Gunner’s Dream, dove il crescendo orchestrale e il pianoforte costruiscono uno dei momenti più toccanti dell’intero catalogo dei Floyd, oppure a The Fletcher Memorial Home, dove la scrittura musicale diventa quasi teatrale e satirica, sostenendo perfettamente il sarcasmo feroce del testo. E poi c’è Two Suns in the Sunset, che per me è uno dei finali più potenti mai scritti dalla band: la tensione che cresce lentamente fino all’esplosione finale, con quel senso di catastrofe imminente, è costruita con una maestria compositiva impressionante. Anche gli interventi di chitarra di Gilmour, spesso considerati troppo pochi, in realtà sono usati con una precisione quasi chirurgica. Non dominano più la scena come in passato, ma quando arrivano hanno un peso emotivo enorme. Per questo faccio fatica a considerarlo un lavoro minore. Piuttosto lo vedo come una sorta di epilogo tragico del percorso iniziato con The Wall: meno spettacolare, meno monumentale, ma forse ancora più umano e doloroso. Non è un disco facile e probabilmente non vuole esserlo. Ma proprio per questo, a mio avviso, rimane uno dei capitoli più profondi e intensi della storia dei Pink Floyd.

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    1. Profondità. Intensità. Emotività. Tensione. Elenchi tutte caratteristiche che ritrovo in questo lavoro che sono riuscito ad apprezzare solo con il tempo. Ma pur riuscendo ad apprezzarlo lo trovo molto lontano da quei dischi e quei momenti dei Pink Floyd che ancora oggi mi fanno venire i brividi. Sono "cresciuto" con l'unicità di The piper, vero manifesto senza eguali della psichedelia inglese. Con l'apice suggestivo di Pompei. Con il viaggio sonoro onirico e immaginifico di Echoes. Con le sperimentazioni di Ummagumma. Con la malinconia coinvolgente di WYWH. Con la rabbia di Animals che sa essere allo stesso tempo abrasivo, atmosferico e ipnotico. In The final cut c'è l'egemonia totale di Waters che genera sì un lavoro particolare e meritevole di attenzione innanzitutto per le tematiche affrontate. Ma musicalmente continuo a vederlo distante dalle opere migliori dei Pink Floyd.

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    2. Nando capisco il tuo tipico puntare sull'aspetto narrativo ed emotivo, questo è un disco di spessore come fai notare ma a differenza tua considero le differenti incarnazioni dei PF e la singolarità dei loro dischi: infatti non li seguo piu da tempo come ho scritto.

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