
Tredicesimo lavoro in studio, 13 brani nel CD di cui uno della durata di 13 minuti: sarà la scaramanzia di questa nuova reincarnazione? Innanzitutto la novità è che a sedere dietro i tamburi c’è Asaf Sirkis, che porta anche tre brani sorprendenti. Il suo stile, differente da quello di Marshall, apporta sicuramente freschezza e modernità. Etheridge si conferma il veterano riconoscibilissimo nel suo fraseggio pulito e veloce alla chitarra, mentre Baker, al suo secondo lavoro con la band, si conferma il giusto successore di Babbington. Travis suona i fiati, produce e coordina come fulcro di un progetto che prosegue a cavallo tra la continuità con il glorioso passato e la voglia di andare avanti con vitalità. Di certo non ci sono più le tastiere a farla da padrone: qui sono presenti in soli due brani organo e piano Fender suonati da Pete Whittaker, mentre in Open Road fa capolino anche un mellotron prestato da quel "prezzemolino” di Steven Wilson…ma in realtà il pianoforte lo suona pure il batterista...
Oltre ai tre pezzi di Sirkis, Travis ne firma sei, Etheridge due e Baker uno. Pens to the foal mode è sottoscritto da tutti, quindi è probabile sia frutto di una jam di gruppo. Tale situazione può portare a pensare a una certa eterogeneità e in effetti è così, ma desidero interpretarlo come l'attesa di un fine assestamento, in quanto è percepibile la comune sintonia su un progetto che porta un nome così nobile.
Lemon Poem Song introduce con vivacità e articolazione, ponendo in risalto il drumming fantasioso di Sirkis e il solismo di Etheridge. Open Road parte invece con un arpeggio e un tappeto di mellotron malinconico su una batteria “meccanica”, per poi aprirsi melodicamente con il sax a guidare le stratificazioni umorali del brano. Seven Hours, evocativo senza avere una direzione precisa se non nel finale, l’avrei scambiato per un’improvvisazione corale più che per un brano di Travis.
Si torna su un sentiero pacato e melodico con arpeggio di chitarra, flauto, un gran lavoro di piatti e il basso fretless a sostenere amabilmente il tutto in Waltz for Robert (Wyatt). Ed eccolo il brano da tredici minuti: The Longest Night è un pot-pourri di variazioni ora pulsanti, ora più moderate. L’organo a un certo punto prende spazio creando il tappeto per il lirismo della chitarra, che vola su scale veloci senza perdersi in esibizioni onanistiche. L’organo non si lascia sfuggire uno sprazzo “spacey” e la tensione sale con il basso distorto, le libertà della batteria, il flauto impazzito e i groove corali. Disappear è un monologo di fiati con tocchi di chitarra che introduce il piano suonato da Sirkis: una pièce suadente nella sua morbidezza. Green Books è invece un jazz-rock dinamico introdotto e guidato dalla chitarra appena un po’ più distorta, con un intermezzo di alleggerimento in stile swing e un finale convenzionale.
Questo è ciò che potete ascoltare nella versione in Compact Disc; sul doppio LP troverete invece la facciata D con le bonus track, che iniziano con una versione di Carol Ann da LP Seven a firma Jenkins dove il sassofono sostituisce comunque degnamente le tastiere. Curious Dust e We thought it was tuesday sono due brani che si può agevolmente presumere provengano da sessioni di improvvisazione, seguiti da Tarn Hows, una breve pièce per sola chitarra, e da una versione alternativa, inquietante e misteriosa di Seven Hours. Rispetto al più pacato Other Doors, trovo maggiore vitalità e voglia di fare nel costruirsi una possibile nuova identità che, pur apparendo ancora un po’ frammentata, è portata avanti da musicisti ben motivati.
Note alla versione su disco nero
Per quanto riguarda la versione in doppio LP, a quanto pare la logica di inserire due dischi in una copertina singola è attualmente meno rara di quanto possano pensare i possessori di tanti bei dischi doppi con le copertine gatefold di un tempo. Vista anche la bella cover policroma/psichedelica, con tanto di logo e titolo in stile "THIRD", uno sforzo maggiore sarebbe stato opportuno. Fortunatamente è l’unico rospo da ingoiare, oltre ovviamente al prezzo non proprio economico. L'inner è bianca con velina interna, il disco è da 180 grammi per ognuno e l’etichetta centrale non riporta i brani ma solo titolo e lato (sic!). Il vinile è privo di fastidiosi rumori di fondo, a parte un solo piccolo "toc" sul lato D. La retrocopertina riporta invece tutte le informazioni necessarie, i brani e pure marca e modello degli strumenti suonati.
Disco arrivato il giorno 13, iniziato ad abbozzare questa recensione verso le ore 13...
Geppo
tredici aprile duemilaventisei
Bel lavoro:chiaro completo e con riferimenti ben scelti,
RispondiEliminaricco di nozioni e sempre preciso nel tenere il filo del discorso.
Mi hai fatto venire voglia di riascoltare l'album con più attenzione.👍
Chiarastella🍀
Lieto di aver ispirato un nuovo ascolto. Grazie.:-)
EliminaMi trovo abbastanza in linea con l’analisi di Geppo, ma con una sensazione leggermente diversa sul risultato complessivo. È un disco che trasmette chiaramente movimento e ricerca, più che compiutezza. L’ingresso di Asaf Sirkis porta una dinamica nuova, più moderna e mobile, e questo si avverte soprattutto nei momenti più aperti e meno strutturati. Allo stesso tempo, però, questa pluralità di firme e direzioni rende l’ascolto volutamente eterogeneo, a tratti quasi irrisolto. Non lo vedo come un limite vero e proprio, quanto piuttosto come una fase: i Soft Machine sembrano qui intenti a ridefinire un’identità dopo l’ennesima trasformazione, mantenendo un legame con il passato ma senza più un centro sonoro dominante (come lo erano un tempo le tastiere). I momenti migliori arrivano quando il gruppo si compatta e trova un flusso condiviso, mentre altrove si percepisce una certa frammentazione che, pur interessante, non sempre lascia il segno. In definitiva, più che un punto d’arrivo, Thirteen mi sembra un disco di transizione consapevole, ricco di spunti e vitalità, ma ancora alla ricerca di una sintesi pienamente convincente.
RispondiEliminaImpressioni condivise. Grazie. :-)
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