
Nel mio sempre più avaro carniere di concerti i Magma erano uno dei pochi grandi gruppi che ancora mancavano all’appello, perciò quando ho saputo che il 6 marzo avrebbero suonato a Roma nella splendida cornice dell’Auditorium ho pensato: finalmente potrò colmare la lacuna! Ora, sono consapevole che il Rotter’s Club non è il luogo più adatto per ammettere certe debolezze, ma devo farvi una confessione: pur possedendo gran parte della loro discografia, i Magma non sono mai stati in cima alle mie preferenze.
Diciamo che con Vander & Co. ho sempre avuto un rapporto di ammirazione e rispetto, più che di vero amore. Quel sentimento viscerale che nutro per altri artisti tipo Genesis, King Crimson o Gentle Giant con loro non è mai scattato, forse anche perché non li avevo mai visti esibirsi dal vivo. Ebbene, oggi posso dire che la dimensione live è rivelatrice della vera essenza del gruppo. Aggiungo che la parola concerto in questo caso non rende l’idea: stiamo parlando di un’esperienza immersiva, più vicina a una cerimonia collettiva che a una semplice esibizione musicale. Le luci rosso-violacee, l’andamento ipnotico della batteria di Vander (novello corifeo impegnato nel duplice ruolo di batterista e direttore d’orchestra), l’intreccio serrato di voci e strumenti costruiscono un’atmosfera quasi liturgica, dove jazz, progressive e suggestioni corali si fondono in un flusso continuo.
Il canto nella neo-lingua del kobaiano, marchio identitario del gruppo, contribuisce a trasformare l’esecuzione in una sorta di dramma musicale fuori dal tempo. Insomma, per farvela breve, venerdì sera la formazione guidata da Christian Vander ha trasformato la sala Sinopoli in uno spazio fisico nel quale ritmo, voce e ripetizione generavano una tensione rituale che rimandava più alla scena di un’opera teatrale che ad un concerto rock.
La scaletta ha privilegiato i grandi affreschi della mitologia kobaiana. Il gruppo ha aperto con Mekanïk
Destruktïw kommandöh, monumentale poema sonoro basato su ostinati ritmici e stratificazioni vocali,
seguita dall’ipnotica Hhai, con i suoi dialoghi serrati tra voci e tastiere; quindi è stato il turno della lunga Félicité Thösz (imho l’apice del concerto). Nei bis sono arrivate Ehn Deiss, proveniente dal repertorio del progetto parallelo Offering, e la conclusiva The Night We Died, pagina più lirica e conteplativa che ha chiuso il concerto in chiave quasi gospel.
Concerto tutto sommato breve (compresi i bis e le pause è durato un’ora e mezza), ma va bene così. In certi casi l’intensità conta più del tempo.
Durante l’esecuzione, come ho riferito agli amici rottersiani, mi è venuto spontaneo pensare alla struttura della tragedia greca. Come nel teatro di Eschilo o Sofocle, la musica dei Magma si fonda su un dialogo costante tra voce solista e coro: il solista assume il ruolo dell’eroe tragico, che enuncia, invoca, declama; il coro risponde, amplifica, commenta e ritualizza l’azione musicale.
L’impressione è quella di assistere a una tragedia greca trasfigurata in linguaggio prog-jazz. La sintesi di questa riflessione è che a distanza di decenni, la visione dei Magma – in bilico tra opera rock, jazz cosmico e teatro – resta una delle pagine più radicali e innovative della musica contemporanea.
Achille, ho letto con grande interesse anche il tuo resoconto. Mi è piaciuto molto il taglio che hai dato: più riflessivo e quasi “critico”, con immagini molto suggestive. Il paragone con la tragedia greca e con il dialogo tra solista e coro è davvero azzeccato e rende bene l’idea di quella dimensione quasi rituale che abbiamo vissuto in sala. È vero: più che un semplice concerto è sembrata una sorta di cerimonia musicale, con Vander a guidare tutto come un direttore d’orchestra e con quel continuo intreccio di voci che avvolgeva il pubblico. Mi ha fatto sorridere anche la tua confessione iniziale sui Magma… perché credo che per molti sia stato così: grande rispetto per la loro unicità, ma solo dal vivo si capisce davvero fino in fondo cosa rappresentano. Insomma, tre racconti diversi (Peppe, Pino e il tuo) della stessa serata… e ognuno mette in luce un pezzo di quella esperienza. Segno che è stata davvero una notte speciale.
RispondiEliminaCaro Nando, essendo un neofita del sito e non sapendo bene che taglio dare al pezzo ho cercato più che altro di esprimere le mie sensazioni anche a beneficio di chi non ha mai avuto la fortuna di vedere i Magma dal vivo. Spero di esserci riuscito!
RispondiEliminaIl tuo contributo, considerando anche le tue esperienze di ascolto e di presenze ai concerti, non può che essere prezioso. Sei riuscito sicuramente nell'intento descritto e hai dato ulteriori spunti di riflessione su quella che hai giustamente descritto come "esperienza immersiva" :-)
EliminaOgnuno ha il suo modo di vivere la musica, ma la condivisione regala sempre un confronto prezioso che arricchisce tutti. Grazie, Achille.
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